TARANTO-ILVA/ CHE FARE?! Di: Giacomo Fiaschi

“… sulla sicurezza nel lavoro mi chiedo come sia stato possibile che lo stato, che fu promotore, fondatore e titolare per decenni delle acciaierie di Taranto, non abbia provveduto ad adeguare gli impianti alle norme sulla sicurezza ambientale, che nel frattempo erano entrate in vigore, prima di privatizzare l’azienda. …” G. Fiaschi

Pictured: the Mining Park of the Ilva plant in Taranto, Puglia, Italy. (https://www.ilpost.it/)

Quando ero un bambino “mi divertivo” come tanti altri miei coetanei alla “macchinetta per fare i cannelli” che stava di lato ai due telai a navetta e martello, un Nebiolo e un San Giorgio, del mio babbo, che aveva smesso di fare il contadino per diventare tessitore. I “cannelli” altro non erano che bobine di dimensioni adatte ad essere inserite nella “spola” (detta anche “navetta”) che, colpita violentemente dai due “martelli” posti ciascuno alle estremità destra e sinistra del telaio, attraversava l’ordito distribuendo il filo della trama, dopo di che il “pettine” spingeva la trama comprimendola mentre i licci si alzavano per alternare la disposizione dei fili dell’ordito formando in tal modo la “tela”, ovvero il tessuto che lentamente, battuta dopo battuta si arrotolava sul subbio anteriore.
Chi non è mai entrato in uno “stanzone” dove una decina di tessitori lavoravano a due telai ciascuno non può neanche lontanamente immaginare cos’era, negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, la vita dei tessitori.
Oltre alla fatica fisica, c’era il rumore infernale dei telai e il rischio, tutt’altro che remoto, che una “spola” uscisse dal piano di tessitura per sfrecciare alla velocità di un proiettile ad altezza d’uomo con effetti, quando colpiva il bersaglio, raccapriccianti.
Poi le cose sono cambiate.
Le navette furono abbandonate e sostituite da aghi e tanto il rumore quanto il rischio di incidenti spesso mortali, si ridussero drasticamente.
Gli artigiani investirono per rinnovarsi e rinnovare, con sacrifici notevoli e negli anni ottanta e novanta il tessile pratese era cambiato. Poi la crisi fece piazza pulita e non ci fu soluzione al progressivo declino. Ma questa è un’altra storia, sulla quale ci sono molte cose da dire.
Tornando al disorso sulla sicurezza nel lavoro mi chiedo come sia stato possibile che lo stato, che fu promotore, fondatore e titolare per decenni delle acciaierie di Taranto, non abbia provveduto ad adeguare gli impianti alle norme sulla sicurezza ambientale, che nel frattempo erano entrate in vigore, prima di privatizzare l’azienda.
Oggi le tecnologie permettono di produrre senza l’utilizzazione di combustibile inquinante. Ma si tratta di investimenti che richiedono tempi troppo lunghi per essere compatibili con la redditività di un’azienda privata che, per grande che possa essere, non può accollarsi l’onere di un conto economico che mette in bilancio il “bonum commune” dell’ambiente e della salute pubblica, come invece lo stato può e deve fare.
A Taranto o interviene lo stato con regole serie e con una conduzione a prova di incompetenze e corruzioni di vario genere e livelli, oppure la soluzione non c’è.
Pare che la UE imponga regole che impediscono agli stati membri di farlo.
Dico “pare” perché non sono un esperto in materia. Leggo i giornali e sento quello che dicono in tv gli esperti cercando di capire quello che dicono mentre non si parlano addosso.
Ma se la UE non permette allo stato italiano di intervenire direttamente per salvare ambiente, lavoro e salute dei suoi cittadini, allora mi chiedo cosa aspettiamo a chiedere che queste regole cambino subito e, se non cambiano subito, a fare lo stesso quel che dev’essere fatto?
Forse che restare nella UE si deve pagare con il cancro, la distruzione dell’ambiente e la perdita del lavoro per decine di migliaia di cittadini? Io dico di no. Perché se è vero che il paradiso può attendere, è altrettanto vero che l’inferno è puntualissimo.

Se in Italia ci fosse uno Stato, allora la più grande acciaieria d’Europa sarebbe già stata messa in condizione di funzionare in modo da non nuocere alle persone.
La privatizzazione dell’ILVA si è rivelata per quello che è: un errore sciagurato.
Gli investimenti necessari per il suo recupero sono enormi e solo un soggetto forte, istituzionale e pubblico, che guarda all’interesse nazionale come al bene finale, può essere titolare della proprietà di questo stabilimento.
Lasciarlo in mano ai privati significa subordinare il bene comune agli interessi privati.
Ma soprattutto significa una cosa: che lo Stato in Italia non esiste più. È stato sostituito con una sorta di governatorato sottomesso ai dettami di un potere straniero in mano a Germania e Francia con sede a Bruxelles.

Il motto popolare della moglie ubriaca e della botte piena riassume bene la questione dell’ILVA di Taranto.
Se vuoi produrre l’acciaio devi far funzionare impianti che impattano pesantemente sull’ambiente. Se vuoi un ambiente sano non puoi metterci un’acciaieria.
La via di mezzo accontenta e scontenta tutti. Mettere a norma gli impianti in modo tale che non danneggino l’ambiente è possibile? Qualcuno dice di si e qualcuno dice di no.
E allora? Bisogna scegliere fra la botte piena e la mogli ubriaca. E si torna daccapo.
Ma il governo non ha certo fatto una bella figura.


Arcelor Mittal spegne gli altoforni dell’acciaieria di Taranto Ex Ilva, situazione drammatica

Arcelor Mittal comunica il piano di chiusura degli impianti

A partire dal 12 dicembre si spegneranno alcuni altoforni dell’ex Ilva di Taranto. Prima il 2, poi il 4 a l’1, mentre per due giorni resterà chiuso, a novembre, il treno a caldo per assenza di ordini. La situazione ha assunto ormai toni drammatici, evidenziano i sindacati che con Landini chiedono di non toccare i posti di lavoro. Intanto Confindustria Taranto comunica di non riuscire a far fronte agli stipendi dei lavoratori dell’indotto -…See more at: http://www.rainews.it/