CINESI, il TABU’ della SINISTRA PRATESE Di: S.L.

“…Pensando alla realtà dei cinesi di Prato, un tempo, vorrei dire “noi di sinistra”, ci saremmo indignati. Forse saremmo andati a bussare di uscio in uscio a quei capannoni con i vetri oscurati, nel tentativo di spiegare a quei lavoratori fantasma che in quanto tali avrebbero dovuto ribellarsi, iniziare un cammino verso l’affermazione dei loro diritti e chissà quanto altro…” S.L.

“PRATO MUORE E LORO GIOCANO.” Massimo Cecchi, 26/03/2015

Prato – La signora Monica Castro capogruppo PDL in consiglio comunale a Calenzano e nostra cara amica, ci prospettò un po’ di tempo fa un’idea per far muovere il Mondo della disoccupazione della nostra zona, idea che portava al coinvolgimento delle aziende gestite da cinesi. L’idea della signora Castro era giungere a far si che le aziende cinesi dovessero avere una percentuale, se ben ricordiamo intorno al 30%, di lavoratori italiani. L’idea, in quanto idea, non sarebbe pellegrina ma esiste un ma che la blocca sul nascere, non si può obbligare un imprenditore nella scelta del personale, anche perché si dovrebbe poter vedere scattare la legge a riguardo delle pari opportunità e delle discriminazioni razziali. Dunque un idea nata e morta. Si dovrebbe poi dover pensare ad un’altra realtà, chi dei pratesi, tolte alcune aziende cinesi prontomoda del macrolotto, andrebbe a lavorare in uno dei tanti capannoni fatiscenti presenti nella nostra città, e soprattutto sarebbe disposto ad accettarne il trattamento economico? Certo ci direte voi che il trattamento economico dovrebbe essere ben chiaro e legale. Ma in tutto questo cosa avrebbero da guadagnare i cinesi? Niente. Oggi le aziende cinesi prosperano grazie al lavoro nero sotto pagato, a varie forme di schiavitù, prosperano non pagando ne tasse e neppure tributi, insomma prosperano perché niente hanno da pagare e dunque il loro prodotto può esser posto sul mercato a prezzi irraggiungibili per un’azienda italiana. Se i cinesi dovessero lavorare con le regole che sono state imposte agli italiani e ai pratesi si troverebbero a dover combattere anche loro con la recessione. Prato è morta per i costi della mano d’opera, per i costi contributivi, per le tassazioni, per  regole da rispettare, vedi la 626, e oggi si trovano a dover lottare anche con l’assicurazione per i “Muletti”  e l’apposizione agli stessi di targhe come le autovetture. Così i cinesi sarebbero costretti a fare gli stessi prezzi dell’imprenditore pratese e dunque costretti a chiudere. La forza dei cinesi si basa sull’illegalità e le irregolarità diffuse, su queste non esistessero a Prato non avremmo il “Problema cinese”.

Massimo Cecchi – “Monica Castro, un’idea, purtroppo, “Pellegrina””, 24/11/2013


Rileggendo queste parole di Massimo Cecchi, questo suo vecchio articolo, uno dei tanti da lui scritti sull’argomento, viene da chiedersi per quanto tempo ancora questo e tutti gli altri come questo, debbano continuare ad apparirci come attuali. Tra i tanti che mi sono riletto, ho pensato di portare alla ribalta proprio questo, usandolo come spunto per quella che sarà la mia riflessione. L’ho scelto perchè la data è indubbiamente emblematica. Si tratta di un articolo scritto esattamente una settimana prima della tragedia di Via Toscana.

Cecchi non era un mago, nè un veggente. Eppure una settimana prima di quel fatto, scrisse questo articolo, che come ho detto, non è un articolo superato nei suoi argomenti. Potremmo affibbiargli la data di oggi e andrebbe sempre bene.

So che a molti amici di sinistra, Cecchi non piaceva, tanto per questo, che per tanto altro. Perchè questi amici di sinistra, ritenevano che certi argomenti e quel suo modo di proporli, fosse “di destra”.

A me che non sono certo di destra,  Massimo Cecchi non ha mai dato fastidio o arrecato particolari disturbi. In quello che scriveva Cecchi, se l’argomento è quello dei cinesi di Prato, non ci ho mai trovato niente di destra, di fascista o di leghista. Dico anzi che mi dà non poco da pensare che molti di sinistra, provino certe sensazioni e così tanta riluttanza di fronte a certi argomenti.

Può darsi che la mia impressione sia anche sbagliata, ma in tutti questi articoli, ritrovo sempre quel filo conduttore per cui, soprattutto, il cinese non è presentato come lo straniero invasore da combattere o scacciare, bensì è il soggetto debole e sfruttato da altri più forti, che siano essi altri cinesi suoi connazionali o pratesi e italiani.

Al di là di cosa si pensi o si pensasse di Cecchi, mi chiedo quanto nella sinistra pratese, quella parte in cui dovrei, potrei, ed uso e sottolineo il condizionale, riconoscermi, questo equivoco sia privo di condizionamenti, o sia piuttosto una reazione stizzita di fronte a un qualcosa che si avverte come scomodo.

Pensando alla realtà dei cinesi di Prato, un tempo, vorrei dire “noi di sinistra”, ci saremmo indignati. Forse saremmo andati a bussare di uscio in uscio a quei capannoni con i vetri oscurati, nel tentativo di spiegare a quei lavoratori fantasma che in quanto tali avrebbero dovuto ribellarsi, iniziare un cammino verso l’affermazione dei loro diritti e chissà quanto altro…

Francamente, non ho mai visto niente di simile. Di cinesi, di sfruttamento, anche negli ambienti della sinista, non si può parlare. L’unico vocabolo è ammesso è quel “risorse”, che suona tanto come una beffa per loro stessi, che per tutti quelli che vivono la città.

Più in generale penso che la sinistra si sia smarrita in molti modi, ma a Prato, attorno al tema dei cinesi, credo che la sinistra sia andata verso un spersonalizzazione che difficilmente ha pari altrove o la si riscontra su altri argomenti.

Qui si è arrivati a creare un vero e proprio tabù. E se non ricordo male, la parola tabù non era certo di quelle che stavano nelle nostre corde…

 

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