C’era una volta in Italia. Di: Giacomo Fiaschi

… A tutti gli amici (meno uno) del Partito Democratico non ancora cinquantenni…. (G. Fiaschi)

Renzi-Berlusconi, un’alleanza di fatto.. (Foto Roberto Monaldo/LaPresse)
27-04-2014 Roma – Politica – Trasmissione tv “In Mezz’ Ora”
Nella foto Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, sullo schermo, Silvio Berlusconi

C’era una volta in Italia, tanti anni fa nel secolo scorso, un signore che chiamerò “il signor Rossi”, vale a dire il cosiddetto “italiano medio”, un po’ baciapile e un po’ mangiapreti, un po’ furbo e un po’ fesso, un po’ di sinistra e un po’ di destra, un po’ antifascista e un po’ fascista. Un po’ tutto e un po’ il contrario di tutto: il Borghese. Il Borghese tuttavia non era solo tutto questo. Per potersi fregiare del titolo di Borghese autentico doveva avere una nota caratteriale molto specifica: essere, come suol dirsi, “tutto d’un pezzo” e fare, in politica, una scelta di campo con due principali possibilità: o democristiano o comunista.
A queste due principali vie se ne aggiungevano altre quattro (ad libitum): socialista, repubblicano, liberale o socialdemocratico qualora fosse di palato fino e non se la sentisse di mangiar tutti i giorni la minestrina in brodo democristiana o la pasta e fagioli comunista. Poi c’erano, ovviamente i posti in piedi riservati agli Anti-Borghese, i missini nostalgici del fascismo da una parte, e i ribelli della lotta perpetua dall’altra, due minoranze che di quando in quando si mettevano a darsele di santa ragione. E siccome allora non c’erano i social network, dove avrebbero potuto farlo scatenandosi sulle tastiere o spippolando sui telefonini a colori come si fa oggi, se le davano sul serio nelle strade e nelle piazze con cazzotti, legnate, pedate negli stinchi e altrove e sputi in faccia. I politici si sentivano solo nelle piazze, durante i comizi, e in trasmissioni radiofoniche e televisive che raramente superavano l’ora. Si chiamavano “Tribune Politica” o “Tribuna Elettorale”. Potevano parlare uno per volta e con tempi rigorosamente assegnati.
La televisione era nata negli anni cinquanta e per un po’ dispose di un solo canale, che diventarono, nel giro d’una decina d’anni, prima due e poi tre per accontentare i tre principali partiti, nell’ordine Democrazia Cristiana (Rai Uno) e Partito Socialista (Rai Due) assegnati alle forze di governo, e Partito Comunista (Rai Tre) all’opposizione. Ai Repubblicani fu dato il Dipartimento Scuola Educazione (che oggi si chiama Rai Educational o qualcosa del genere) con l’impegno di riservare qualche poltrona a democristiani, socialisti e comunisti non collocabili per varie ragioni su uno dei tre canali, più qualche strapuntino e posti in piedi per i Liberali e i Socialdemocratici in eccedenza rispetto ai posti messi a loro disposizione su Rai Uno, Rai Due e Rai Tre. Ovviamente qualche spazio fu riservato anche agli “estremisti” anti-Borghesi, tanto a quelli della lotta infinita che ai nostalgici della camicia nera, che avevano la stessa utilità del peperoncino rosso piccante e delle olive nere in un piatto di mezze penne alla puttanesca.
Posti assegnati per tutti, in Rai come nel resto delle aziende di stato e a partecipazione statale.
Il Borghese Italiano, qualunque fosse la casacca che indossava o il colore della bandiera che sventolava sul suo balcone, era intelligente e sapeva bene che, se voleva mantenere la propria posizione di comando, al governo o all’opposizione che fosse, doveva rispettare due regole fondamentali.
La prima era quella di non deludere mai i propri elettori disorientandoli con discorsi troppo sofisticati quando parlava nei comizi o nelle Tribune Politiche, o facendo promesse che non sarebbe stato possibile mantenere ai “clientes” di vario ordine e grado del suo collegio elettorale.
La seconda era quella di mettersi sempre d’accordo con l’avversario politico in due occasioni: quando c’era da dar spettacolo con zuffe, baruffe e battaglie sulla scena nazionale (i più furbi adottavano la stessa regola anche nei paesini di cento anime) per evitare inutili spargimenti di sangue, e soprattutto quando c’erano le poltrone da spartirsi, tanto al centro quanto nelle periferie regionali provinciali e comunali del paese.
Erano regole auree, che garantivano il comodato gratuito del palazzo regionale, provinciale e comunale agli uni e la poltrona della Cassa di Risparmio e parte di quelle delle aziende di servizi facenti capo a società partecipate agli altri. Regole che qualche anno addietro definii “Patto di Titanio” perché come il titanio avevano due principali caratteristiche: dure e resistenti alla corrosione come l’acciaio ma enormemente più leggere.
Le cose andarono avanti così per un bel po’ di tempo e se, da una parte, queste regole davano luogo ad un contesto certamente poco stimolante dal punto di vista, per così dire, “culturale”, dall’altro garantivano al sistema-paese una certa stabilità dovuta essenzialmente al fatto che la loro osservanza permetteva di gestire problemi e situazioni complicate, tanto al centro quanto nelle periferie, con quella elasticità non sempre elegantissima e tuttavia indispensabile ad evitare pericolosi grippaggi di parti vitali del motore sociale.
A un certo punto però, siamo negli anni ottanta, ci fu un problema di ricambio generazionale. Il mondo stava cambiando rapidamente e anche in Italia qualcosa di importante stava cambiando, specie dopo la vittoria storica, nel 1972, del referendum che sancì l’introduzione del divorzio mandando letteralmente in frantumi l’identità religiosa, considerata fino ad allora immutabile e indiscutibile, della società civile italiana. Con quel voto referendario si volle affermare non solo e non tanto un diritto civile riconosciuto ormai in quasi tutti i paesi europei, ma anche, e a mio parere soprattutto, il principio di separazione fra religione e politica, fra chiesa e stato, introducendo il principio di laicità dello stato stesso non sufficientemente emerso, secondo un’opinione sempre più diffusa, dalla Costituzione Repubblicana del 1948.
Nel 1978 si era, intanto, consumata la tragedia del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, che rappresentava la punta di diamante dell’eccellenza culturale democristiana. Aldo Moro aveva uno sguardo che andava lontano ed aveva compreso che la società italiana avrebbe dovuto affrontare un passaggio cruciale, quello che l’avrebbe portata ad allinearsi con le culture mitteleuropee da una parte, ed il superamento delle barriere ideologiche dall’altra. La crisi del sistema comunista in Russia e in Cina era già nell’aria e Aldo Moro, che aveva trovato in Enrico Berlinguer un interlocutore dotato di altrettanta finezza intellettuale, comprese la necessità di dar vita ad un accordo che trasformasse quelle regole auree di quello che ho definito “Patto di Titanio” in qualcosa di più sistematico e formale, di un vero e proprio programma di governo che fosse in grado di mettere l’Italia non solo su un binario sufficientemente sicuro per metterla al riparo dai possibili deragliamenti, ma anche di metterla su un treno nuovo, costruito tenendo conto di nuove norme di sicurezza e soprattutto con posti assegnati per tutti. Il suo progetto non fu compreso da tutti ma soprattutto non piacque agli americani, che volevano un’Italia ferma sulle sue posizioni antisovietiche in modo da mantenere quella identità e quel ruolo di portaerei sul Mediterraneo da loro considerato in quegli anni ancora strategicamente fondamentale e irrinunciabile. Con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro il 9 Maggio del 1978 e con l’improvvisa morte, sei anni dopo, il 16 Giugno del 1984, di Enrico Berlinguer tramontò definitivamente l’idea di quel “compromesso storico” che avrebbe potuto dare all’Italia un volto e un avvenire diverso da quello di oggi.
Intanto, in quegli stessi anni, i giovani militanti comunisti e democristiani si interrogavano sul da farsi. La guida dei due partiti a metà degli anni ottanta, nelle mani del comunista berlingueriano Alessandro Natta e del democristiano di sinistra Ciriaco De Mita, non fu neanche lontanamente paragonabile a quella precedente ed ebbe inizio, in molte periferie un processo di quella che, molto più tardi, sarebbe stata chiamata con un termine non meno rozzo che esplicito, “rottamazione”.
Iniziò il tempo della trasformazione di quelle lotte interne, fino ad allora condotte da generali esperti nell’arte della guerra politica nel rispetto di leggi tradizionali che prevedevano l’onore delle armi agli ufficiali prigionieri, in vere e proprie battaglie senza regole nelle quali lo spargimento di sangue e l’esibizione dello scalpo diventarono il segno distintivo del valor militare.
I due maggiori partiti politici italiani furono condotti con le stesse regole di prima, quelle del “Patto di Titanio”, ma con metodo e stile a dir poco barbaro, tanto da ridurre il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana a due specie di accampamenti barbarici nei quali il cannibalismo era diventato costume comune. A farne le spese fu il povero Bettino Craxi al quale, completamente isolato e senza più interlocutori del calibro di Moro e Berlinguer, dopo il terremoto seguito dall’incursione della magistratura nella politica e la caduta della DC e del PCI, sdrumati dal bombardamento giudiziario che rase al suolo i quartier generali dell’una e dell’altro, non restò altra via d’uscita che rifugiarsi nella sua casa di Hammamet, in Tunisia, dove finì i suoi giorni il 19 Gennaio del 2000.
Ho cercato, in queste righe, di fare uno semplice schizzo utile a comprendere il contesto, cari non ancora cinquantenni del Partito Democratico, con l’unico intento, e senza alcuna presunzione, di offrirvi qualche elemento che mi auguro possiate trovare utile per comprendere la situazione di oggi alla luce di fatti e avvenimenti che si sono svolti quando non eravate ancora nati o eravate ancora troppo piccoli per rendervi conto di cosa stava succedendo negli anni che precedettero la fusione a freddo del Partito Comunista Italiano e di una parte della Democrazia Cristiana che, dopo varie trasformazioni e qualche trasloco forzato, si misero d’accordo per dar vita, il 14 Ottobre del 2007, a un condominio dove poter sopravvivere camuffandolo da residenza nobile per un progetto ambizioso.
Questo è, di fatto, il PD: un condominio nel quale convivono, con molti problemi, inquilini insofferenti l’uno dell’altro, mai d’accordo su nulla se non sull’essere in disaccordo su ogni cosa.
E’ evidente che, in queste condizioni, fare l’amministratore di condominio, ovvero il segretario del partito, non è un lavoro di tutto riposo, tant’è che in poco più di dieci anni dalla sua inaugurazione ne sono stati assunti e licenziati cinque, nell’ordine: Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani e Renzi con l’intervallo di due “reggenti” Orfini nel 2017 fra il Renzi primo e il Renzi secondo e Martina, tuttora in carica, forse in attesa di un Renzi terzo.
Ho indirizzato queste paginette agli amici del Partito Democratico, con molto affetto e sempre con lo stesso rispetto con il quale mi sono rivolto già agli amici di Forza Italia.
L’ho fatto rivolgendomi in particolare, con una specificazione che a qualcuno sarà apparsa un po’ bizzarra, ovvero a tutti gli amici del Partito Democratico non ancora cinquantenni “meno uno”.
Mi corre l’obbligo, in chiusura, di chiarire due cose: chi è quel non ancora cinquantenne e il motivo per cui non indirizzo alla sua attenzione queste paginette.
Si tratta, come avrete immaginato, di Matteo Renzi. Questa era facile da indovinare. Ma la cosa che mi preme spiegare è il motivo di questa scelta.
Il fatto è che Matteo Renzi, pur appartenendo anagraficamente alla categoria dei non ancora cinquantenni, di fatto e, beninteso, politicamente, non è altrimenti collocabile se non in quella degli ultranovantenni. Entrato in politica quando era ancora poco più che adolescente, il suo percorso è praticamente identico a quello di alcuni dei più importanti capi della Democrazia Cristiana del primo dopoguerra, che riuscirono a scalare in tempi da record le più alte cime della politica saltando a piè pari e a quattro o cinque per volta tutti i gradini della scala che lo avrebbe portato sulle vette più alte della politica. A ventiquattro anni diventa segretario provinciale del Partito Popolare Italiano al quale si era iscritto appena tre anni prima diventandone quasi subito segretario giovanile.
Quando nel 2001 il suo partito confluisce nella Margherita, viene incaricato del coordinamento della sezione fiorentina per approdare, dopo due anni alla carica di segretario provinciale.
L’anno seguente, e siamo nel 2004, il ventottenne Matteo Renzi trionfa con quasi il 60% dei voti alle elezioni amministrative provinciali e s’introna sulla poltrona di presidente della provincia di Firenze.
Nel 2008 si candida alle primarie per le amministrative comunali di Firenze asfaltando con oltre il 40% dei voti, fra gli altri, i due concorrenti Lapo Pistelli (deputato e responsabile nazionale Esteri del PD), che non arriva al 30% e il potentissimo “ministro ombra” per l’attuazione del programma di governo e vicecapogruppo vicario PD alla Camera Michele Ventura, che racimola a mala pena un misero 13% scarso.
E qui comincia il bello. Alle elezioni amministrative del 2009 deve vedersela con un candidato temibile, Giovanni Galli, popolarissimo ex portiere della nazionale campione del mondo nell’82 che è candidato della coalizione di centro destra. Stranamente Forza Italia il principale partito della coalizione, di cui è coordinatore nazionale Denis Verdini, fiorentino anche lui come Renzi, e dominatore assoluto di Forza Italia in Toscana, par che tiri la volata a Renzi. E infatti invia a Firenze, in chiusura della campagna elettorale di Galli, Renato Brunetta la cui popolarità a Firenze (come, peraltro, nel resto d’Italia) in quel periodo era decisamente sotto zero.
Renzi, dopo un abbondante 47% alle elezioni del 9 Giugno 2009, stravince con quasi il 60% dei voti e asfalta anche Galli, diventando così sindaco di Firenze il 22 Giugno.
Poco più d’un anno dopo, il 10 Dicembre 2010 va a mangiare un boccone ad Arcore, non ad una trattoria di passaggio, ma invitato da Silvio Berlusconi a gustare le delizie che gli prepara il cuoco nella sua villa privata.
Che cosa avessero da dirsi e cosa si siano detti fra l’aperitivo e il caffè lo sanno solo loro Due, il Padreterno e, con tutta probabilità, colui che aveva organizzato quel simpatico pranzetto intimo. Qualcuno pensa che sia stato proprio Denis Verdini.
Mi fermo qui perché il seguito lo conoscete bene anche voi, non ancora cinquantenni, e questa volta compreso anche quello escluso nel titolo.
Un’esclusione che non ha nulla di personale contro Matteo Renzi, intendiamoci, ma che è dovuta soprattutto a due sentimenti. Il primo è quello del dovuto rispetto nei suoi confronti. Non è né una colpa né un demerito essere quarantenni all’anagrafe e ultraottuagenari in politica. E’ semplicemente uno stato di cose, un dato di fatto che, in sé e per sé può voler dire tutto e niente. Fate voi.
Il secondo è quello che nasce spontaneo dal fatto che, quando sento parlare in televisione Paolo Cirino Pomicino che di anni comincia ad averne davvero tanti, e lo paragono ai discorsi che fra Matteo Renzi, il più giovane mi par proprio Cirino Pomicino. E non nascondo che provo un qualche imbarazzo nel doverlo ammettere.

L’unica cosa che mi sento di dirvi, cari giovani amici del Partito Democratico, se volete, come rappresentanti della vostra generazione, estranei dunque a tutti i giochi di potere che hanno appannato la storia ancestrale e quella presente del PD, ed essere rappresentati degnamente (ed uso quest’avverbio con riferimento al solo aspetto anagrafico e politico sia chiaro) scegliete qualcuno che possa farlo davvero.
In alternativa è sempre meglio un ottantenne vero, dichiarato e sincero. Perché in politica, come nel resto di ogni altra vicenda umana, non conta solo l’età anagrafica. Contano soprattutto le idee e la capacità di scegliere sempre quello che è meglio per il bene comune.