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Lotta allo sfruttamento del lavoro, ancora nessun controllo a Prato Di: Lega Nord PRATO

“… non stiamo parlando dei controlli disposti dalla Regione ed eseguiti dagli ispettori del Dipartimento prevenzione dell’Asl dopo la tragedia della confezione Teresa Moda, ma di ispezioni specifiche e mirate a contrastare lo sfruttamento che colpisce migliaia di lavoratori, in applicazione di quanto sancito dall’articolo 603 bis del Codice penale che, in alcuni casi, arriva a prevedere perfino il carcere…” Lega Nord PRATO

Controlli straordinari di polizia a Prato.

 La Lega ,sostiene ed avvalora le richieste delle Associazioni di Categoria che, nel marzo 2017, hanno firmatoil Protocollo “per il lavoro dignitoso e per il ripristino della legalità nel sistema produttivo illegale pratese del tessile-abbigliamento”, con cui si richiedevano controlli contro lo sfruttamento dei lavoratori, contro l’evasione contributiva e, quindi, anche contro la concorrenza sleale,dichiara  Patrizia Ovattoni segretario provinciale.

Industriali, artigiani e sindacalisti lamentano il fatto che l’Ispettorato del lavoro, l’Inps, l’Inail e, in parte, la Prefettura, ovvero i soggetti che avrebbero dovuto far scattare i controlli previsti e richiesti nel Protocollo sopra citato, in realtà non hanno dato luogo e inizio alle ispezioni contro lo sfruttamento dei lavoratori e contro l’evasione contributiva.

Ricordiamo che non stiamo parlando dei controlli disposti dalla Regione ed eseguiti dagli ispettori del Dipartimento prevenzione dell’Asl dopo la tragedia della confezione Teresa Moda, ma di ispezioni specifiche e mirate a contrastare lo sfruttamento che colpisce migliaia di lavoratori, in applicazione di quanto sancito dall’articolo 603 bis del Codice penale che, in alcuni casi, arriva a prevedere perfino il carcere.

La realtà pratese del tessile-abbigliamento è principalmente costituita da aziende a conduzione cinese, all’interno delle quali in passato sono stati rilevati perfino casi di “prestanomi” che facilitavano anche l’evasione fiscale.

Si tratta di aziende, tra cui molte stamperie e tintorie, che arrivano a contare decine di dipendenti reali, ma ne denunciano molti meno o li fanno passare come part time e che, recentemente, hanno iniziato ad utilizzare non solo lavoratori cinesi ma anche persone di altre etnie di cui andrebbero verificati anche i permessi di soggiorno, con i quali potrebbero non essere in regola in assenza di un adeguato contratto di lavoro.

Evitare e contrastare lo sfruttamento del lavoro consente inoltre di garantire anche la sicurezza sul lavoro,conclude Ovattoni, tema tristemente attuale, come ci ricordano i recenti incidenti mortali sul lavoro che si sono verificati in Toscana, oppure il caso avvenuto proprio a Prato lo scorso marzo, quando un operaio cinese è rimasto gravemente ferito  sul lavoro, in una stamperia di via Fonda di Mezzana, nel Macrolotto industriale.

Per tutte queste motivazioni è quindi necessario che le richieste avanzate da Confindustria Toscana Nord, Cna Toscana Centro, Confartigianato Imprese Prato, Filctem Cgil, Femca Cisl, Uiltec Uil, firmatarie del Protocollo del marzo 2017, vengano urgentemente ascoltate dalle autorità preposte a tali controlli e ispezioni.

Segreteria provinciale Prato

LEGA – SEZIONE PROVINCIALE

VIA FAULI 40   –  59100 PRATO

Cellulare3401684719   –  [email protected]

PRATO/TRATTA DELLE SCHIAVE – Occorre intervenire con urgenza DI: Giovanni Donzelli

“… Queste persone riuscivano ad entrare senza ostacoli nei canali per richiedere asilo ma in realtà sfruttavano la politica delle “porte aperte” per portare in Italia, e in particolare a Prato, il racket della prostituzione….” G. Donzelli (FdI)

Ragazze nigeriane, anche minorenni, costrette a prostituirsi, vittime di violenze anche sessuali e di gruppo. Tre persone, tutte di nazionalità nigeriana, sono state fermate con l’accusa dei reati di tratta di esseri umani, sfruttamento della prostituzione e violenza sessuale. Le ragazze venivano mandate a Prato dalle loro famiglie: costo del viaggio dalla Nigeria 30mila euro che le giovani avrebbero poi dovuto ripagare prostituendosi. Si indaga anche per omicidio per la scomparsa di una di loro.

Queste persone riuscivano ad entrare senza ostacoli nei canali per richiedere asilo ma in realtà sfruttavano la politica delle “porte aperte” per portare in Italia, e in particolare a Prato, il racket della prostituzione. Ecco uno degli esempi più lampanti degli effetti della sciagurata accoglienza voluta dalla sinistra per arricchire le cooperative. Quando saremo al governo tutto ciò non sarà più tollerato: i responsabili di queste pratiche devono essere immediatamenteespulsi e rispediti a casa loro a scontare la pena.

Per agevolare gli interessi di chi sfrutta l’immigrazione per lucrare il Partito democratico ha permesso che in Italia si potessero usare le leggi per fare tratta di esseri umani provenienti dall’estero e sfruttarli per la prostituzione. I governi di questi anni, aprendo le porte e stanziando miliardi di euro per l’accoglienza, hanno permesso a gruppi criminali, come la pericolosissima mafia nigeriana, di trovare linfa nelle nostre città.

Occorre intervenire con urgenza con il pugno duro per rimediare a tutto ciò. E’ urgente mettere in campo un governo che metta a posto le cose nel più breve tempo possibile e che restituisca ai cittadini città con regole che vengano rispettate, noi di Fratelli d’Italia siamo pronti a farlo da subito.

(Fonte: http://www.giovannidonzelli.it )

C’era una volta in Italia. Di: Giacomo Fiaschi

… A tutti gli amici (meno uno) del Partito Democratico non ancora cinquantenni…. (G. Fiaschi)

Renzi-Berlusconi, un’alleanza di fatto.. (Foto Roberto Monaldo/LaPresse)
27-04-2014 Roma – Politica – Trasmissione tv “In Mezz’ Ora”
Nella foto Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, sullo schermo, Silvio Berlusconi

C’era una volta in Italia, tanti anni fa nel secolo scorso, un signore che chiamerò “il signor Rossi”, vale a dire il cosiddetto “italiano medio”, un po’ baciapile e un po’ mangiapreti, un po’ furbo e un po’ fesso, un po’ di sinistra e un po’ di destra, un po’ antifascista e un po’ fascista. Un po’ tutto e un po’ il contrario di tutto: il Borghese. Il Borghese tuttavia non era solo tutto questo. Per potersi fregiare del titolo di Borghese autentico doveva avere una nota caratteriale molto specifica: essere, come suol dirsi, “tutto d’un pezzo” e fare, in politica, una scelta di campo con due principali possibilità: o democristiano o comunista.
A queste due principali vie se ne aggiungevano altre quattro (ad libitum): socialista, repubblicano, liberale o socialdemocratico qualora fosse di palato fino e non se la sentisse di mangiar tutti i giorni la minestrina in brodo democristiana o la pasta e fagioli comunista. Poi c’erano, ovviamente i posti in piedi riservati agli Anti-Borghese, i missini nostalgici del fascismo da una parte, e i ribelli della lotta perpetua dall’altra, due minoranze che di quando in quando si mettevano a darsele di santa ragione. E siccome allora non c’erano i social network, dove avrebbero potuto farlo scatenandosi sulle tastiere o spippolando sui telefonini a colori come si fa oggi, se le davano sul serio nelle strade e nelle piazze con cazzotti, legnate, pedate negli stinchi e altrove e sputi in faccia. I politici si sentivano solo nelle piazze, durante i comizi, e in trasmissioni radiofoniche e televisive che raramente superavano l’ora. Si chiamavano “Tribune Politica” o “Tribuna Elettorale”. Potevano parlare uno per volta e con tempi rigorosamente assegnati.
La televisione era nata negli anni cinquanta e per un po’ dispose di un solo canale, che diventarono, nel giro d’una decina d’anni, prima due e poi tre per accontentare i tre principali partiti, nell’ordine Democrazia Cristiana (Rai Uno) e Partito Socialista (Rai Due) assegnati alle forze di governo, e Partito Comunista (Rai Tre) all’opposizione. Ai Repubblicani fu dato il Dipartimento Scuola Educazione (che oggi si chiama Rai Educational o qualcosa del genere) con l’impegno di riservare qualche poltrona a democristiani, socialisti e comunisti non collocabili per varie ragioni su uno dei tre canali, più qualche strapuntino e posti in piedi per i Liberali e i Socialdemocratici in eccedenza rispetto ai posti messi a loro disposizione su Rai Uno, Rai Due e Rai Tre. Ovviamente qualche spazio fu riservato anche agli “estremisti” anti-Borghesi, tanto a quelli della lotta infinita che ai nostalgici della camicia nera, che avevano la stessa utilità del peperoncino rosso piccante e delle olive nere in un piatto di mezze penne alla puttanesca.
Posti assegnati per tutti, in Rai come nel resto delle aziende di stato e a partecipazione statale.
Il Borghese Italiano, qualunque fosse la casacca che indossava o il colore della bandiera che sventolava sul suo balcone, era intelligente e sapeva bene che, se voleva mantenere la propria posizione di comando, al governo o all’opposizione che fosse, doveva rispettare due regole fondamentali.
La prima era quella di non deludere mai i propri elettori disorientandoli con discorsi troppo sofisticati quando parlava nei comizi o nelle Tribune Politiche, o facendo promesse che non sarebbe stato possibile mantenere ai “clientes” di vario ordine e grado del suo collegio elettorale.
La seconda era quella di mettersi sempre d’accordo con l’avversario politico in due occasioni: quando c’era da dar spettacolo con zuffe, baruffe e battaglie sulla scena nazionale (i più furbi adottavano la stessa regola anche nei paesini di cento anime) per evitare inutili spargimenti di sangue, e soprattutto quando c’erano le poltrone da spartirsi, tanto al centro quanto nelle periferie regionali provinciali e comunali del paese.
Erano regole auree, che garantivano il comodato gratuito del palazzo regionale, provinciale e comunale agli uni e la poltrona della Cassa di Risparmio e parte di quelle delle aziende di servizi facenti capo a società partecipate agli altri. Regole che qualche anno addietro definii “Patto di Titanio” perché come il titanio avevano due principali caratteristiche: dure e resistenti alla corrosione come l’acciaio ma enormemente più leggere.
Le cose andarono avanti così per un bel po’ di tempo e se, da una parte, queste regole davano luogo ad un contesto certamente poco stimolante dal punto di vista, per così dire, “culturale”, dall’altro garantivano al sistema-paese una certa stabilità dovuta essenzialmente al fatto che la loro osservanza permetteva di gestire problemi e situazioni complicate, tanto al centro quanto nelle periferie, con quella elasticità non sempre elegantissima e tuttavia indispensabile ad evitare pericolosi grippaggi di parti vitali del motore sociale.
A un certo punto però, siamo negli anni ottanta, ci fu un problema di ricambio generazionale. Il mondo stava cambiando rapidamente e anche in Italia qualcosa di importante stava cambiando, specie dopo la vittoria storica, nel 1972, del referendum che sancì l’introduzione del divorzio mandando letteralmente in frantumi l’identità religiosa, considerata fino ad allora immutabile e indiscutibile, della società civile italiana. Con quel voto referendario si volle affermare non solo e non tanto un diritto civile riconosciuto ormai in quasi tutti i paesi europei, ma anche, e a mio parere soprattutto, il principio di separazione fra religione e politica, fra chiesa e stato, introducendo il principio di laicità dello stato stesso non sufficientemente emerso, secondo un’opinione sempre più diffusa, dalla Costituzione Repubblicana del 1948.
Nel 1978 si era, intanto, consumata la tragedia del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, che rappresentava la punta di diamante dell’eccellenza culturale democristiana. Aldo Moro aveva uno sguardo che andava lontano ed aveva compreso che la società italiana avrebbe dovuto affrontare un passaggio cruciale, quello che l’avrebbe portata ad allinearsi con le culture mitteleuropee da una parte, ed il superamento delle barriere ideologiche dall’altra. La crisi del sistema comunista in Russia e in Cina era già nell’aria e Aldo Moro, che aveva trovato in Enrico Berlinguer un interlocutore dotato di altrettanta finezza intellettuale, comprese la necessità di dar vita ad un accordo che trasformasse quelle regole auree di quello che ho definito “Patto di Titanio” in qualcosa di più sistematico e formale, di un vero e proprio programma di governo che fosse in grado di mettere l’Italia non solo su un binario sufficientemente sicuro per metterla al riparo dai possibili deragliamenti, ma anche di metterla su un treno nuovo, costruito tenendo conto di nuove norme di sicurezza e soprattutto con posti assegnati per tutti. Il suo progetto non fu compreso da tutti ma soprattutto non piacque agli americani, che volevano un’Italia ferma sulle sue posizioni antisovietiche in modo da mantenere quella identità e quel ruolo di portaerei sul Mediterraneo da loro considerato in quegli anni ancora strategicamente fondamentale e irrinunciabile. Con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro il 9 Maggio del 1978 e con l’improvvisa morte, sei anni dopo, il 16 Giugno del 1984, di Enrico Berlinguer tramontò definitivamente l’idea di quel “compromesso storico” che avrebbe potuto dare all’Italia un volto e un avvenire diverso da quello di oggi.
Intanto, in quegli stessi anni, i giovani militanti comunisti e democristiani si interrogavano sul da farsi. La guida dei due partiti a metà degli anni ottanta, nelle mani del comunista berlingueriano Alessandro Natta e del democristiano di sinistra Ciriaco De Mita, non fu neanche lontanamente paragonabile a quella precedente ed ebbe inizio, in molte periferie un processo di quella che, molto più tardi, sarebbe stata chiamata con un termine non meno rozzo che esplicito, “rottamazione”.
Iniziò il tempo della trasformazione di quelle lotte interne, fino ad allora condotte da generali esperti nell’arte della guerra politica nel rispetto di leggi tradizionali che prevedevano l’onore delle armi agli ufficiali prigionieri, in vere e proprie battaglie senza regole nelle quali lo spargimento di sangue e l’esibizione dello scalpo diventarono il segno distintivo del valor militare.
I due maggiori partiti politici italiani furono condotti con le stesse regole di prima, quelle del “Patto di Titanio”, ma con metodo e stile a dir poco barbaro, tanto da ridurre il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana a due specie di accampamenti barbarici nei quali il cannibalismo era diventato costume comune. A farne le spese fu il povero Bettino Craxi al quale, completamente isolato e senza più interlocutori del calibro di Moro e Berlinguer, dopo il terremoto seguito dall’incursione della magistratura nella politica e la caduta della DC e del PCI, sdrumati dal bombardamento giudiziario che rase al suolo i quartier generali dell’una e dell’altro, non restò altra via d’uscita che rifugiarsi nella sua casa di Hammamet, in Tunisia, dove finì i suoi giorni il 19 Gennaio del 2000.
Ho cercato, in queste righe, di fare uno semplice schizzo utile a comprendere il contesto, cari non ancora cinquantenni del Partito Democratico, con l’unico intento, e senza alcuna presunzione, di offrirvi qualche elemento che mi auguro possiate trovare utile per comprendere la situazione di oggi alla luce di fatti e avvenimenti che si sono svolti quando non eravate ancora nati o eravate ancora troppo piccoli per rendervi conto di cosa stava succedendo negli anni che precedettero la fusione a freddo del Partito Comunista Italiano e di una parte della Democrazia Cristiana che, dopo varie trasformazioni e qualche trasloco forzato, si misero d’accordo per dar vita, il 14 Ottobre del 2007, a un condominio dove poter sopravvivere camuffandolo da residenza nobile per un progetto ambizioso.
Questo è, di fatto, il PD: un condominio nel quale convivono, con molti problemi, inquilini insofferenti l’uno dell’altro, mai d’accordo su nulla se non sull’essere in disaccordo su ogni cosa.
E’ evidente che, in queste condizioni, fare l’amministratore di condominio, ovvero il segretario del partito, non è un lavoro di tutto riposo, tant’è che in poco più di dieci anni dalla sua inaugurazione ne sono stati assunti e licenziati cinque, nell’ordine: Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani e Renzi con l’intervallo di due “reggenti” Orfini nel 2017 fra il Renzi primo e il Renzi secondo e Martina, tuttora in carica, forse in attesa di un Renzi terzo.
Ho indirizzato queste paginette agli amici del Partito Democratico, con molto affetto e sempre con lo stesso rispetto con il quale mi sono rivolto già agli amici di Forza Italia.
L’ho fatto rivolgendomi in particolare, con una specificazione che a qualcuno sarà apparsa un po’ bizzarra, ovvero a tutti gli amici del Partito Democratico non ancora cinquantenni “meno uno”.
Mi corre l’obbligo, in chiusura, di chiarire due cose: chi è quel non ancora cinquantenne e il motivo per cui non indirizzo alla sua attenzione queste paginette.
Si tratta, come avrete immaginato, di Matteo Renzi. Questa era facile da indovinare. Ma la cosa che mi preme spiegare è il motivo di questa scelta.
Il fatto è che Matteo Renzi, pur appartenendo anagraficamente alla categoria dei non ancora cinquantenni, di fatto e, beninteso, politicamente, non è altrimenti collocabile se non in quella degli ultranovantenni. Entrato in politica quando era ancora poco più che adolescente, il suo percorso è praticamente identico a quello di alcuni dei più importanti capi della Democrazia Cristiana del primo dopoguerra, che riuscirono a scalare in tempi da record le più alte cime della politica saltando a piè pari e a quattro o cinque per volta tutti i gradini della scala che lo avrebbe portato sulle vette più alte della politica. A ventiquattro anni diventa segretario provinciale del Partito Popolare Italiano al quale si era iscritto appena tre anni prima diventandone quasi subito segretario giovanile.
Quando nel 2001 il suo partito confluisce nella Margherita, viene incaricato del coordinamento della sezione fiorentina per approdare, dopo due anni alla carica di segretario provinciale.
L’anno seguente, e siamo nel 2004, il ventottenne Matteo Renzi trionfa con quasi il 60% dei voti alle elezioni amministrative provinciali e s’introna sulla poltrona di presidente della provincia di Firenze.
Nel 2008 si candida alle primarie per le amministrative comunali di Firenze asfaltando con oltre il 40% dei voti, fra gli altri, i due concorrenti Lapo Pistelli (deputato e responsabile nazionale Esteri del PD), che non arriva al 30% e il potentissimo “ministro ombra” per l’attuazione del programma di governo e vicecapogruppo vicario PD alla Camera Michele Ventura, che racimola a mala pena un misero 13% scarso.
E qui comincia il bello. Alle elezioni amministrative del 2009 deve vedersela con un candidato temibile, Giovanni Galli, popolarissimo ex portiere della nazionale campione del mondo nell’82 che è candidato della coalizione di centro destra. Stranamente Forza Italia il principale partito della coalizione, di cui è coordinatore nazionale Denis Verdini, fiorentino anche lui come Renzi, e dominatore assoluto di Forza Italia in Toscana, par che tiri la volata a Renzi. E infatti invia a Firenze, in chiusura della campagna elettorale di Galli, Renato Brunetta la cui popolarità a Firenze (come, peraltro, nel resto d’Italia) in quel periodo era decisamente sotto zero.
Renzi, dopo un abbondante 47% alle elezioni del 9 Giugno 2009, stravince con quasi il 60% dei voti e asfalta anche Galli, diventando così sindaco di Firenze il 22 Giugno.
Poco più d’un anno dopo, il 10 Dicembre 2010 va a mangiare un boccone ad Arcore, non ad una trattoria di passaggio, ma invitato da Silvio Berlusconi a gustare le delizie che gli prepara il cuoco nella sua villa privata.
Che cosa avessero da dirsi e cosa si siano detti fra l’aperitivo e il caffè lo sanno solo loro Due, il Padreterno e, con tutta probabilità, colui che aveva organizzato quel simpatico pranzetto intimo. Qualcuno pensa che sia stato proprio Denis Verdini.
Mi fermo qui perché il seguito lo conoscete bene anche voi, non ancora cinquantenni, e questa volta compreso anche quello escluso nel titolo.
Un’esclusione che non ha nulla di personale contro Matteo Renzi, intendiamoci, ma che è dovuta soprattutto a due sentimenti. Il primo è quello del dovuto rispetto nei suoi confronti. Non è né una colpa né un demerito essere quarantenni all’anagrafe e ultraottuagenari in politica. E’ semplicemente uno stato di cose, un dato di fatto che, in sé e per sé può voler dire tutto e niente. Fate voi.
Il secondo è quello che nasce spontaneo dal fatto che, quando sento parlare in televisione Paolo Cirino Pomicino che di anni comincia ad averne davvero tanti, e lo paragono ai discorsi che fra Matteo Renzi, il più giovane mi par proprio Cirino Pomicino. E non nascondo che provo un qualche imbarazzo nel doverlo ammettere.

L’unica cosa che mi sento di dirvi, cari giovani amici del Partito Democratico, se volete, come rappresentanti della vostra generazione, estranei dunque a tutti i giochi di potere che hanno appannato la storia ancestrale e quella presente del PD, ed essere rappresentati degnamente (ed uso quest’avverbio con riferimento al solo aspetto anagrafico e politico sia chiaro) scegliete qualcuno che possa farlo davvero.
In alternativa è sempre meglio un ottantenne vero, dichiarato e sincero. Perché in politica, come nel resto di ogni altra vicenda umana, non conta solo l’età anagrafica. Contano soprattutto le idee e la capacità di scegliere sempre quello che è meglio per il bene comune.

 

 

LA POLITICA NON SIA INDIFFERENTE AL FENOMENO DELLE MAFIE ETNICHE Di: Aldo Milone

“…  bene ricordare ancora una volta che 15 miliardi di euro, immessi sul mercato, creano un danno incalcolabile all’economia sana di una Regione in quanto lo drogano attraverso una concorrenza sleale e spietata. Per quanto riguarda invece la presenza di nuove mafie, nigeriana e cinese, queste erano già note e confermata anche da una recente operazione della Direzione distrettuale antimafia e dalla squadra mobile di Prato….” A.Milone

Il recentissimo rapporto della Fondazione Caponnetto sulla presenza delle mafie in Toscana ha evidenziato un aspetto preoccupante circa gli investimenti effettuati da queste organizzazioni e il numero di mafie presenti in Toscana. Nel rapporto si legge che gli investimenti si aggirano sui 15 miliardi di euro e le mafie presenti, oltre a quelle tradizionali italiane, si menzionano quella nigeriana e cinese. Il rapporto parla addirittura di colonizzazione della Toscana e lancia anche un’accusa alla politica che sottovaluta questo fenomeno. È bene ricordare ancora una volta che 15 miliardi di euro, immessi sul mercato, creano un danno incalcolabile all’economia sana di una Regione in quanto lo drogano attraverso una concorrenza sleale e spietata. Per quanto riguarda invece la presenza di nuove mafie, nigeriana e cinese, queste erano già note e confermata anche da una recente operazione della Direzione distrettuale antimafia e dalla squadra mobile di Prato. Ritornando all’accusa lanciata alla politica, credo che la costituzione della commissione consiliare speciale sulla presenza di organizzazioni mafiose in città, costituita recentemente dal Comune di Prato a seguito della presentazione di un mio ordine del giorno, approvato all’unanimità dal consiglio comunale di Prato, abbia dato una risposta all’accusa lanciata dal rapporto della Fondazione. Spero e mi auguro che questa commissione consiliare speciale possa svolgere un ottimo lavoro e dimostrare che la politica non è insensibile di fronte a questo pericoloso fenomeno che, come già detto, inquina una sana economia con danni irreparabili anche sull’occupazione. Dico questo perché le aziende sane non sarebbero in grado di reggere ad una concorrenza sleale, provocata dall’immissione sul mercato di capitali “sporchi”, e quindi sarebbero costrette a cessare la loro attività con conseguenti licenziamenti.

Sull’argomento mafia cinese, voglio poi fare un cenno al case del “capo dei capi”, Zhang:

Questo signore, secondo il Tribunale del Riesame, non sarebbe un mafioso. Però lo stesso Tribunale conferma il sequestro delle aziende perché frutto di evasione fiscale, sfruttamento di clandestini, traffico di sostanze stupefacenti, prostituzione ed estorsione. Sono veramente basito. Speriamo che la Cassazione accolga il ricorso della Direzione distrettuale antimafia altrimenti non ha senso neanche il sequestro delle aziende. Se questa non è mafia, non so veramente come definire questa organizzazione.

Aldo Milone
Capogruppo di Prato libera e sicura.

STATO E TERREMOTO: UNA TRAGEDIA DOPO L’ALTRA Di.Fabio Cintolesi

“… Basterebbe che lo stato uscisse dal business dei risarcimenti e della ricostruzione del patrimonio immobiliare privato. In che modo? Semplicemente non prevedendo più alcun risarcimento per i danni ad immobili in virtù di disastri naturali (cioè dove non ci siano responsabilità umane) e lasciando ogni decisione in merito al diretto interessato….” F.Cintolesi

Le tristi vicende del terremoto nelle Marche ha messo ancora più in luce la totale inefficienza dello stato nel voler gestire le tutele dei cittadini nei confronti delle calamità naturali.
In particolare, la macchina della ricostruzione appare completamente ingolfata, stretta tra eccesso di regole, pigrizia dei burocrati e appetiti dei politici.

Anche in questo caso, una soluzione ben più efficiente ed equa sarebbe facilmente a portata di mano. Basterebbe che lo stato uscisse dal business dei risarcimenti e della ricostruzione del patrimonio immobiliare privato. In che modo? Semplicemente non prevedendo più alcun risarcimento per i danni ad immobili in virtù di disastri naturali (cioè dove non ci siano responsabilità umane) e lasciando ogni decisione in merito al diretto interessato.

In questo modo, tutti gli aspetti di queste vicende verrebbero demandati alla libera contrattazione tra privati, attraverso la stipula di contratti di assicurazione sugli immobili o l’estensione delle garanzie per le polizze già esistenti. A quel punto, il costruire male o in zone sismiche o in aree idrogeologicamente non sicure sarebbe una scelta che ognuno si prenderebbe, sapendo che maggiore sarà il rischio, maggiore sarà il premio assicurativo.

A quel punto, nel malaugurato caso di un terremoto o di una frana, il sistema dei risarcimenti sarebbe mirato e molto più efficiente, poiché gli importi a garanzia sarebbero già stati definiti in precedenza e ogni proprietario, potrebbe decidere come meglio impiegare questi fondi, se ricostruire esattamente la propria dimora allo stesso modo e nello stesso punto, oppure impiegare i fondi diversamente.

Per i proprietari di immobili, la maggiore spesa per la stipula di polizze in tal senso, sarebbe compensata dalla minor prelievo fiscale derivante dalla minore spesa per la gestione (più che fallimentare) da parte dello stato, del processo di risarcimento e di ricostruzione.

In più, ogni proprietario potrebbe decidere se l’immobile di cui è proprietario valga la pena di essere assicurato oppure no. La propria residenza lo sarà sicuramente; una vecchia casa tra i monti, un tempo dimora dei propri nonni, usata saltuariamente per il fine settimana, magari no. Si eviterebbero così anche assalti alla diligenza, per ricevere soldi dei contribuenti anche da parte di chi non ha certo perso la casa dove abitava.

La domanda è: perché nessun politico lo propone?

Giovanni Gentile, Un filosofo scomodo Di: Gianfredo Ruggiero

“… aderì alla Repubblica Sociale Italianacome atto di fede nella capacità rigeneratrice dell’Italia e di stima per Benito Mussolini. Sapeva, come moltissimi giovani che risposero all’appello del Duce, che difficilmente sarebbe sopravvissuto a quell’avventura…” G. Ruggiero

Il 15 aprile del 1944 fa veniva vigliaccamente assassinato da un gruppo di partigiani antifascisti Giovanni Gentile, uno dei più grandi filosofi italiani del novecento.

Giovanni Gentile fu, con Benedetto Croce, l’esponente principale del neoidealismo italiano. La sua visione del mondo, quella di un Umanesimo del Lavoro capace di realizzare un’autentica giustizia sociale, lo portò a rielaborare in forma organica l’idealismo di Hegel.

Il suo nome è legato alla prima (e a tutt’oggi unica) riforma organica della scuola italiana, affidando all’insegnamento della filosofia e delle materie umanistiche un ruolo centrale nello sviluppo pedagogico dello studente;all’Enciclopedia italiana (con G.Treccani) alla cui realizzazione Giovanni Gentile chiamò, al di sopra delle parti, le massime autorità scientifiche dell’epoca senza alcuna distinzione di credo politico affinché quest’opera monumentale (36 volumi) rappresentasse la summa del sapere italiano; allaNormale di Pisa, ristrutturata, potenziata e resa di gran prestigio.

L’influenza di Gentile sulla cultura italiana, accresciutasi nel tempo per merito delle sue pubblicazioni, delle iniziative con Benedetto Croce e della produzione della sua scuola filosofica, fu enorme e si estese anche grazie agli innumerevoli incarichi che ricoprì durante il regime fascista, cui aderì con entusiasmo e coerenza. Va ricordato, a riguardo, l’estensione del ”Manifesto degli intellettuali italiani fascisti ” (che sancì la definitiva rottura con Croce) che recava firme illustri tra cui quelle di Luigi Pirandello, Gioachino Volpe, Curzio Malaparte, Filippo Tommaso Marinetti, Enrico Corradini e Giuseppe Ungaretti.

Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, presidente dell’Accademia d’Italia e Ministro della Pubblica Istruzione durante il primo governo Mussolini (1922-1924).

Nell’esperienza storica avviata da Mussolini, Giovanni Gentile vide quellasintesi tra pensiero e azione necessaria per portare a compimento il processo risorgimentale (depurato dalle scorie del liberalismo e superate le contraddizioni del socialismo) e gettare le basi per la costruzione di uno Stato moderno: lo Stato Nazionale del Lavoro.

Dopo la crisi del 25 luglio 1943, aderì alla Repubblica Sociale Italianacome atto di fede nella capacità rigeneratrice dell’Italia e di stima per Benito Mussolini. Sapeva, come moltissimi giovani che risposero all’appello del Duce, che difficilmente sarebbe sopravvissuto a quell’avventura e che, viceversa, si sarebbe salvato standosene tranquillo in disparte.

Fece opera di riconciliazione tra le parti per evitare una guerra fratricidache avrebbe (cosa che puntualmente avvenne) diviso gli italiani per generazioni.

L’assassinio giunse a ciel sereno: c’erano state solo alcune minacce alla rivista fiorentina da lui diretta ed estese ai suoi collaboratori, fra cui spiccavano i nomi di Ardengo Soffici e del futuro leader repubblicano Giovanni Spadolini e alcuni attacchi volgari dai microfoni di radio Londra.

La morte di Gentile, cui seguì la demolizione intellettuale e morale di Benedetto Croce, fu voluta soprattutto da Togliatti per sgombrare il campo filosofico nella prospettiva di un’egemonia culturale marxista e fece tirare un sospiro di sollievo ai tanti intellettuali antifascisti che, come afferma Paolo Mieli nel suo saggio ”Una rilettura liberale di Giovanni Gentile”, durante il regime poterono campare scrivendo.

La grandezza postuma di Gentile non sta solo nella sua statura di pensatore e uomo di cultura, ma anche nell’aver tenuto ferme, fino alle estreme conseguenze, le proprie idee: una coerenza che per quanti si schierano a destra dovrebbe essere d’esempio soprattutto oggi, nel momento in cui, come dice una bella canzone della Compagnia dell’Anello, “stiamo buttando alle ortiche, per inseguire il potere, la nostra Fede piu’antica e le ragioni piu’ vere”.

Gianfredo Ruggiero

(Pubblicato il da )

Rimpiangeremo qualcuno? DI: Giacomo Fiaschi

“… Il loro vero scopo non era quello di liberare l’Italia dalla servitù, ma di prendere il posto dei vecchi satrapi di regime…” G. Fiaschi


In Italia abbiamo tanti partiti, ognuno dei quali con un programma diverso, ma tutti con lo stesso obiettivo prioritario: mantenere il Paese sotto la guida dei burocrati di Bruxelles.
“Extra UE nulla salus” potrebbe essere il motto che li unisce tutti.
Troveranno certamente il modo di fare un governo. Siamo ormai stati colonizzati da una UE che decide cosa si può e si deve fare. Governo, parlamento, magistratura ed esercito sono agli ordini di Bruxelles, dove Germania e Francia decidono tutto: cosa, quando, come e dove.
Attila e Masaniello han buttato via la maschera e si sono inchinati davanti a sua maestà UE giurando fedeltà alla BCE alla NATO e ai cosiddetti “Investitori Internazionali”, nuovo appellativo di quelli che una volta si chiamavano “Poteri Forti”.
Il loro vero scopo non era quello di liberare l’Italia dalla servitù, ma di prendere il posto dei vecchi satrapi di regime.
Ed è del tutto irrilevante che l’abbian fatto in buona fede o in malafede, con piena avvertenza e deliberato consenso oppure no. In politica malafede e buona fede, consapevolezza e inconsapevolezza sono parole prive di significato. Contano le scelte che si fanno, non le intenzioni o il grado di coscienza.
Perché quando al popolo arriva il conto da pagare il popolo deve pagare e basta e chi deve riscuotere non gli fa lo sconto se chi ha designato come suoi rappresentante era in malafede o inconsapevole. Anzi, se gli gira male raddoppia pure il prezzo.
Renzi e Berlusconi, bastonati a sangue dagli elettori, ne sanno qualcosa.
Verranno rimpiazzati certamente. Entrambi incontinenti e divorati da passioni diverse, hanno dimostrato di non possedere sufficiente cinismo e sangue freddo per consegnare l’Italia e gli italiani alla ferocia dei burocrati dei signori franco-tedeschi che siedono sul trono di Bruxelles.
Abbandonati al loro destino dagli stessi che li avevano usati prima di gettarli in pasto alle iene della politica locale, ho paura che, purtroppo, li rimpiangeremo.


da: http://www.linkiesta.it/

Berlusconi e Renzi, così diversi e così uniti anche nella sconfitta

Il voto accomuna il destino di Berlusconi e Renzi. Sono loro ad aver perso le elezioni, senza attenuanti. Il primo surclassato dalla Lega, per la prima volta si scopre gregario. Il secondo vicino alle dimissioni. Da protagonisti a comparse: hanno sedotto gli italiani, oggi si scoprono senza voti

A proposito della filippica di Vittorio Fetri su Di Maio Di: Vittorio Lana

“… il nostro Candidato M5s, con quest’ultima uscita di un accordo per una coalizione di Governo basata su un “contratto sul modello tedesco” credo abbia rotto l’incantesimo e rovinato tutto, ancor prima di partire….” V.Lana

Foto dagospia

La filippica di Feltri sul candidato PdC Di Maio è forse ingenerosa visto che non tralascia nulla degli aspetti negativi del personaggio, mentre non cita minimamente un solo attributo positivo del giovanotto, che pur ci sarà. Da qualche parte.
Ma con il salvacondotto di 11 milioni di voti, l’intero Regno delle due Sicilie più l’ex Stato Pontificio dalla parte Pentastellata, oltre Torino, vari centri minori e la Capitale, il giovanotto di Pomigliano può ben presentarsi in completino blu dalle parti del Quirinale a dire la Sua, in nome del Popolo italiano.
E scrivo di più all’omonimo Feltri, giacché nel mio peregrinare nel Meridione Italico vidi e toccai di peggio in politica e nell’area di governo, te l’assicuro. Dammi il braciere e mi ci gioco la mano.
Tuttavia, il nostro Candidato M5s, con quest’ultima uscita di un accordo per una coalizione di Governo basata su un “contratto sul modello tedesco” credo abbia rotto l’incantesimo e rovinato tutto, ancor prima di partire.
Ma come si fa a scegliere un termine tanto bislacco, quanto orripilante per l’immaginario collettivo nazionalpopolare dei “Pigs”, acronimo di Porci, con cui vengono identificati dall’uomo della strada e dalle Alte sfere teutoniche e nordeuropee, i cittadini Italiani, Greci, Portoghesi ed Irlandesi.
Se il Giovinetto avesse studiato un tantino di più avrebbe magari appreso che i principi fondamentali di diritto civile e internazionale che informano i contratti discendono da una specifica clausola del Diritto Romano riassumibile in quel “Pacta sunt servanda” applicato dai Pretori, accompagnati dai Littori, mica dai Barbari di qua e di là dal Reno che l’appresero per civilizzazione.
Non bastassero 2,5 millenni di esperienze lugubri e nefaste, evocare da parte di un Partenopeo, qualcosa di Teutonico di qua dalle Alpi, porta anche iella. Non ci credo, ma tocchiamo ferro.


COME SIAMO SCESI IN BASSO

Vittorio Feltri, il feroce ritratto di Luigi Di Maio: da Galileo a Giggino, un drammatico segnale di decadenza

5 Aprile 2018

C’ è qualcosa di tragico nel nostro glorioso Paese, che ha dato i natali a uomini illustri i quali hanno inventato e scoperto cose tali da aver cambiato il mondo. Citiamone alcune tanto per chiarirci le idee: la radio, il telefono, il motore a scoppio, la pila elettrica, la lampadina, il pianoforte, l’ elicottero, il telescopio, i raggi X e i veicoli spaziali, l’ anestesia, la bussola e il giornale, la macchina per scrivere. Mi fermo per non tediarvi. Ripeto. Come è possibile che una terra tanto generosa e produttrice di autentici geni sia oggi in balìa di un ragazzotto senza arte né parte quale Luigi Di Maio,,, Leggi articolo intero

Il problema dei migranti è uno solo: i pidocchi. Di: Giacomo Fiaschi

“… Benito Mussolini lo aveva capito perfettamente e, con la sua politica coloniale in Libia, contrappose una forma di colonialismo moderno, indirizzato allo sviluppo e alla crescita che avrebbe permesso uno sfruttamento delle risorse coloniali, come si dice oggi, molto più “inclusivo”, ovvero orientato a rendere partecipe dei benefici l’intera popolazione della coloni…” G.Fiaschi


In Italia il problema dei migranti non ha una soluzione. E non ce l’ha per il semplice fatto che non si tratta di un problema, bensì di un fenomeno naturale inarrestabile perché derivante dal bisogno di fuggire da un ambiente ostile, nel quale non c’è alcuna prospettiva di vita al di sopra della soglia minima di una sopravvivenza in condizioni talmente insopportabili da far apparire più accettabile il rischio di morire annegati durante il viaggio sui barconi o di essere considerati dei criminali una volta sbarcati, piuttosto che continuare a vivere con la certezza di essere condannati senz’appello e per sempre ad una vita da bestie.
In Italia il problema non sono i migranti. E non si tratta di un solo problema, bensì di diversi problemi causati da elementi di diversa natura. Il primo di questi elementi è, senza alcun dubbio, quello che ha origine dalla sua posizione geografica. Una posizione geografica che non è stata adeguatamente valorizzata dalla classe dirigente italiana, soprattutto politica ma non solo, per trasformarla in una posizione “geopolitica” idonea a renderla capace di ampliare le sue dimensioni economiche e strutturali in modo tale da potersi imporre, come la sua stessa posizione dominante su tutto il Mar Mediterraneo richiede, come paese leader in Europa nel governo dell’area euro-mediterranea.
Benito Mussolini lo aveva capito perfettamente e, con la sua politica coloniale in Libia, contrappose una forma di colonialismo moderno, indirizzato allo sviluppo e alla crescita che avrebbe permesso uno sfruttamento delle risorse coloniali, come si dice oggi, molto più “inclusivo”, ovvero orientato a rendere partecipe dei benefici l’intera popolazione della colonia, rispetto a quello del colonialismo tradizionale, in particolar modo francese che mirava a garantirsi tutto con la complicità di una ridottissima parte della popolazione alla quale veniva garantita, in cambio, una “fetta della torta” da spartire, sufficientemente grande da sfamarne abbondantemente gli appetiti e sufficientemente piccola da non rappresentare una perdita eccessiva. L’errore di Benito Mussolini, non solo nella sua strategia coloniale, fu quello generale del fascismo. Un errore fatale, derivante dal vizio di fondo connaturato essenzialmente al carattere barbaro e violento, intollerante e arrogante del fascismo stesso. Un errore definito magistralmente da Niccolò Machiavelli nel capitolo diciottesimo del “Principe”: “Essendo adunque un Principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quella pigliare la volpe e il lione; perchè il lione non si defende da’ lacci, la volpe non si defende da’ lupi. Bisogna adunque essere volpe a cognoscere i lacci, e lione a sbigottire i lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendono.”
Dopo Benito Mussolini fu la volta di Enrico Mattei che aveva visto con lucidità profetica e geniale l’avvenire dell’Italia fondato su due pilastri: l’energia e lo sviluppo tecnologico. Mattei fu al contempo “volpe e lione” e diede il via ad un progetto ambizioso. Un progetto talmente geniale che dalle sue rovine riuscì a uscire qualcosa che ancora oggi resta in piedi come una delle strutture più forti del pianeta nel suo settore: l’ENI. Il dramma di Mattei fu quello di essere un Italiano che amò l’Italia più di sé stesso. Per questo fu assassinato. E non cadde a causa della forza delle “volpi” e dei “lioni” stranieri, più grossi di lui ma contro i quali sapeva difendersi bene, ma perché tradito dai pidocchi italiani, che lo isolarono e lo consegnarono inerme alle loro zanne.
Ed eccoci al vero problema: un problema di pidocchi.
Quei maledetti pidocchi parassiti che hanno fatto combriccola con lo straniero aprendogli le porte di casa perché arraffasse tutto quello che c’era da arraffare, ottenendo in cambio quelle briciole che pur non essendo sufficienti a sfamare il paese sono largamente sufficienti a riempire il loro ventre.
Non ce l’hanno fatta, anche se ci hanno provato, con l’ENI e con Finmeccanica, due realtà la cui classe dirigente è infinitamente superiore a quella politica ed economica italiana, ed in grado di tener testa non solo a “volpi e lioni” forestieri, ma anche ai miserabili pidocchi nostrani. Ed è, forse, da questo vivaio di una classe dirigente capace di tener testa persino a presidenti nominati dai politici, magari con sollecitazioni di pidocchi, che potrebbero essere individuati personaggi-chiave per far risalire la china al nostro paese.
Sperare nella UE è come sperare che il lupo faccia da guardiano notturno agli agnelli.
Perché il “non problema” delle migrazioni e dei migranti può essere affrontato solo restituendo all’Italia quel ruolo e quella dignità di leader alla quale è “vocata” dalla sua geografia che piaccia o no a Francia e Germania, ovvero ai padroni della UE.
Solo così l’Italia sarà in grado di accogliere, in un tessuto economico e produttivo sano e attraverso un funzionamento serio di strutture sociali adeguate, quella parte di umanità che cerca di sottrarsi ad una sorte indegna. E’ vero che essere un paese che accoglie non significa essere un paese che permette a chiunque di venire a fare quello che gli pare. Ma per poter essere credibili bisogna cominciare a “non far fare quello che gli pare” a pidocchi e parassiti nostrani. Perché finché sarà di dominio pubblico il fatto che in Italia basta pagare per poter “fare quello che gli pare” saremo invasi non solo da folle di delinquenti che si infiltrano nelle folle dei migranti in cerca di dignità, ma anche da chi ci vede come il fumo negli occhi e “migra” con la carte in regola per “investire” nel nostro Paese al solo scopo di depredarci con la complicità dei pidocchi, che sono e restano il vero problema dei migranti: quelli veri, che si portano dietro dalla miseria dalla quale tentano disperatamente di fuggire e che si eliminano facilmente, e quelli metaforici che trovano qui, per eliminare i quali ci vuole molto di più e molto di meglio e di più concreto delle promesse elettorali e degli slogan del tipo “aiutiamoli a casa loro” e “fermiamo gli sbarchi” non si sa come e non si sa con quali mezzi.
Ci vuole una classe dirigente, fatta di giovani e vecchi. Perché non è una questione anagrafica, ma di competenze, di esperienze, di istruzione adeguata e di capacità, tutte qualità che la politica dei pidocchi e dei pidocchiofili ha in odio. Dalle scelte che saranno in grado di fare in merito a questa classe dirigente sapremo se abbiamo premiato, con il voto del 4 marzo, pidocchi oppure “volpi e lioni” e se potremo affrontare il fenomeno delle migrazioni in modo serio e senza concessioni a populismi beceri da una parte e parassitismi assassini dall’altra.

 

A proposito del DASPO URBANO Di: Sergio Castignani

“.. Prima del daspo urbano il sindaco poteva solo sperare nel prefetto, che era l’unico con potere di firma, per allontanare, con il foglio di via gli indesiderabili, spero di non aver fatto errori nella piccola panoramica che ho fatto, nel caso ringrazio chiunque, me lo farà notare…” S. Castignani

Foto La Stampa

Come tutti sappiamo i sindaci, con il decreto Minniti, hanno qualche strumento in più per combattere l’illegalità cittadina, tra questi strumenti c’è il daspo urbano: http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2017/02/10/daspo-urbano-e-norme-contro-movida-selvaggia-ecco-le-misure_c1288f3b-f934-46c6-8f49-fef18565345e.html.

Questo strumento ha molte voci d’intervento, si va da una semplice sanzione amministrativa, passando dall’obbligo di ripulire per chi sporca, fino ad arrivare all’espulsione dalla città per cinque anni.

Prima del daspo urbano il sindaco poteva solo sperare nel prefetto, che era l’unico con potere di firma, per allontanare, con il foglio di via gli indesiderabili, spero di non aver fatto errori nella piccola panoramica che ho fatto, nel caso ringrazio chiunque, me lo farà notare.

Fatta questa premessa, vorrei arrivare alla situazione pratese, perché noi, a Prato non ci facciamo mancare niente, pertanto di questi provvedimenti contenuti nel daspo urbano, ne dovrebbero essere stati emessi molti dal nostro sindaco e dal prefetto, in proposito vorrei conoscere i numeri…giacché non è difficile scoprire chi bivacca, chi sporca, chi spaccia e chi rende la vita cittadina invivibile, basta fare un giro, sono sempre i soliti, come si legge quasi tutti i giorni anche sui giornali.

Vero è che le leggi di questo paese delle banane non aiutano, ma è anche vero che in molti casi basterebbe mettere in atto e, far rispettare quelle leggi delle banane ( non solo vicino alle elezioni) per migliorare la situazione in una città allo sbando come la nostra, mi aspetto che qualcuno faccia sapere i numeri dei provvedimenti emessi, anche per valutare se il daspo urbano sia in grado di funzionare oppure va rivisto, o più semplicemente, per come la vedo io, c’è da rivedere tutta l’amministrazione attuale…qui però sorge un altro problema, chi è in grado di dare solide garanzie di governabilità…il centroEnientedestra per adesso lo vedo in molta confusione…come la situazione di Poggio a Caiano, prossimo alle elezioni, dimostra,vedremo!


Cos’è il daspo urbano

da https://www.nextquotidiano.it

Il daspo urbano colpirà chi viene trovato in stato di ubriachezza, compie atti contrari alla pubblica decenza, esercita il commercio abusivo, l’attività di parcheggiatore o guardiamacchine abusivo. L’articolo 9 del decreto prevede una sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 300 euro e di un ordine di allontanamento (dal luogo della condotta illecita) nei confronti di chiunque, in violazione dei divieti di stazionamento o di occupazione di spazi ‘ivi previsti’, limita la libera accessibilità e fruizione di infrastrutture (fisse e mobili) ferroviarie, aeroportuali marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, e delle relative pertinenze. La competenza all’adozione dei provvedimenti è del sindaco del comune interessato e i proventi delle sanzioni sono destinate ad interventi di recupero del…  Leggi articolo intero