Archivio mensile:dicembre 2014

“Noi, saliti di nascosto con i camion a Patrasso laggiù nella stiva in tanti sono bruciati vivi” Di: Giuliano Foschini

Fasi di recupero
HO visto il fumo e mi sono buttato in mare. Mi hanno tirato sulla scialuppa e ho chiuso gli occhi, fin quando non ho sentito le prime voci. Ho pensato: sarebbe stato meglio morire sotto le ruote di quel camion che mi doveva portare in Italia, invece che finire qui, in mezzo a questo inferno».
Partiamo da qui. Ramazan Mohammadi, 25 anni, afgano, profugo e clandestino, naufrago della Norman Atlantic. Il suo nome non risulta in alcuna lista dei passeggeri. Eppure era su quel traghetto, come i suoi amici Aziz e Ibrahim, che ora sono qui con lui nella saletta d’attesa della Capitaneria di porto di Bari.
Viaggiavano abusivamente, ecco perché i loro nomi non sono nella lista passeggeri. Non è un buona cosa: se aumentano i passeggeri reali, aumenta anche il numero delle vittime. Per tre vivi qui, ce ne sono altri tre morti in fondo al mare.
È spietata la matematica della tragedia. E c’è voluto poco per capire che la storia della Norman Altantic andasse in quella direzione: non si contano più i sopravvissuti ma i morti. Quanti quelli del naufragio? Uno, si diceva ieri a inizio giornata. Alle 22 erano però già diventati dieci a cui bisognava aggiungere un numero imprecisato di dispersi, 39 secondo i greci, meno ma chissà quanti rispondono gli italiani. I conti sono difficili da fare e già per questo si capisce che c’è qualcosa che non va in questa storia e che le procure di Bari, Lecce e Brindisi, avranno molto da fare.
I PASSEGGERI
La prima domanda è questa: in quanti viaggiavano sulla Norman Atlantic? Secondo Anek Lines i passeggeri partiti da Patrasso erano 478. Dicono le autorità italiane però che a Igoumenitsa potrebbero esserne scesi in venti, diventando così 458. Ma questo, a una prima visione degli atti, sembrerebbe non essere poi così chiaro. Perché le persone salvate sono 427. I cadaveri recuperati dieci e non tutti erano passeggeri “legali”. All’appello ne mancano dunque un numero che va da 19 a 39, a seconda se la storia la si legga con i numeri italiani o greci. E la tragedia potrebbe trasformarsi in strage, con i numeri dei clandestini a moltiplicarsi. «Alcuni passeggeri potrebbero non essere partiti», ha provato a spiegare il ministro Maurizio Lupi. «È troppo presto per fare una stima».
MIGRANTI E ILLEGALI
Gli investigatori non sono affatto ottimisti, però. Il perché è nelle storie di Ramazam, Aziz e Ibrahim. A bordo della Norman viagla giavano da clandestini. È un fatto. Questi tre ragazzi sono afgani e probabilmente non erano i soli a bordo. Lo hanno raccontato alcuni camionisti greci agli inquirenti e anche loro hanno fatto mezze ammissioni in questo senso. «Là sotto ce ne sono molti altri» hanno detto. Se è vero, sono bruciati vivi.
Ramazam è partito da casa, passato dalla Turchia e poi salito a Patrasso. «Ho pagato il camionista perché mi portasse in Italia». Si è nascosto prima in un’intercapedine del cassone, per saltare i controlli alla frontiera. Era pronto ad agganciarsi sotto il veicolo quando sarebbero sbarcati ad Ancona. Per fuggire via, correndo il più veloce possibile. Tutto per arrivare in Italia. «Siamo stati svegliati prima da uno scoppio e poi dal fumo. Abbiamo raggiunto un ponte e ci siamo buttati in mare». Le prime scialuppe erano già in acqua, è stato un ragazzo albanese ora ricoverato all’ospedale di Bari a issarli sulla scialuppa in attesa dei soccorsi. «Dietro di noi c’era la nave che bruciava, davanti sono arrivati i primi pescherecci che ci hanno tirato su a bordo. Poi siamo arrivati qua».
I CADAVERI
Diventa difficilissimo fare un conto di quante sono esattamente le vittime di questo naufragio proprio per questo motivo. Dieci i cadaveri recuperati. Due già a Brindisi, in attesa di autopsia: un greco e una turca. Ma quanti erano i clandestini a bordo? «Viste anche le dichiarazioni di alcuni dei passeggeri, la tratta particolare e la coincidenza con le feste, periodo nei quali cresce il numero dei passeggeri e quindi è più facile farla franca ai controlli, non escludiamo che ce ne possano essere anche altri», spiegano dalla Polizia di frontiera. Non servono numeri per vedere che agghiacciante giano bifronte è la Norman, un po’ Concordia, e cioè traghetto di vacanzieri, e un po’ carretta del mare, e cioè mezzo di trasporto di disperati. Tra il disastro del Giglio e la strage di Lampedusa. Da qualsiasi parte la si guardi è una nave cimitero.
Ha gli occhi ancora lucidi uno dei soccorritori che ha parlato con Aziz, il ragazzino che ha raccontato di essere minorenne. «Se davvero ce ne erano altri lì sotto, sono bruciati vivi. No, così non è possibile. Davvero così non è possibile».
LE LISTE
«In questo momento l’identificazione delle vittime è la nostra priorità» spiegano Guardia Costiera e Marina Militare, mentre provano a far quadrare i conti della lista passeggeri. Ogni linea che si riesce a tratteggiare è un sospiro di sollievo. Ogni casella che rimane vuota, un disastro. «Non ci sono più possibilità di trovare persone vive, è passato troppo tempo. Bisogna capire però quante persone effettivamente erano a bordo. E quante invece erano il mare».
Ora infatti che il gigante è agganciato — nella serata di ieri lo ha preso un rimorchiatore albanese per evitare che continuasse a scorracciare — e il mare ha dato un po’ di pace, non c’è più da guardare in alto. Bisogna soltanto cercare in basso. «Cavolo… Cavolo… Due cadaveri a vista», sussurravano in radio i soccorritori quando hanno avvisato gli ennesimi due corpi alla deriva. «I ricordi sono confusi ma è possibile che nella prima fase di soccorsi, quando l’incendio era appena arrivato e le motonavi italiane non erano ancora arrivate, ci sia stato qualche problema». Tutti i testimoni raccontano di grande confusione nelle prime fasi del soccorso. Di un allarme arrivato in ritardo, quando ormai le fiamme avevano avvolto la nave e reso incandescente tutto quello che si poteva. Hanno raccontato di botte e spinte, di persone calpestate e di altre finite a mare. Per dire: che fine ha fatto padre Ilia? Aveva meno di 30 anni, era georgiano, in viaggio con un gruppo di amici e fedeli proprio in direzione di Bari. Per la prima volta avrebbe dovuto visitare la cripta di San Nicola, un Santo partito qualche secolo fa dalla Turchia per Bari, anche lui scuro di pelle come Ramazam, anche lui, a suo modo, un clandestino.

Ali Agca in Vaticano porta i fiori sulla tomba di papa Wojtyla


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Ali Agca, il ‘lupo grigio’ che il 13 maggio 1981 attentò alla vita di papa Giovanni Paolo II, si è recato presso la tomba del Santo Padre in Vaticano per depositare dei fiori nel giorno del 31esimo anniversario del suo incontro con il pontefice a Rebibbia, avvenuto il 27 dicembre 1983. A testimoniare lo storico evento c’erano le telecamere di Aki-Adnkronos International, che hanno intervistato e seguito Agca da Piazza San Pietro fino alla tomba di Giovanni Paolo, sulla quale il ‘lupo grigio’, visibilmente emozionato, ha depositato due mazzi di rose bianche.

“Sono venuto oggi perché il 27 dicembre è il giorno del mio incontro con il Papa”, ha affermato ad Aki Agca, che oggi vive a Istanbul. “Sono ritornato nel luogo del miracolo. Qua fu compiuto il terzo segreto di Fatima. Io con l’attentato al Papa ho compiuto un miracolo”, ha dichiarato Agca in un’intervista esclusiva in Piazza San Pietro, durante la quale ha spiegato di essere tornato a Roma “dopo 34 anni per gridare che siamo alla fine del mondo. La Madonna di Fatima ha annunciato la fine del mondo”.

“Sono felicissimo di essere in piazza San Pietro, nel luogo del miracolo e del cristianesimo – ha concluso Agca – Viva Gesù Cristo, l’unico redentore dell’umanità”. Agca è stato poi fermato dalla polizia italiana e portato al commissariato Cavour.

Agca arriva all’Adnkronos: “Siete stati i primi a pubblicare la foto” – “Siete stati i primi nel mondo a pubblicare la foto del mio attentato a Giovanni Paolo II. Per questo motivo sono tornato da voi oggi, nel giorno del 31esimo anniversario del mio incontro con il pontefice a Rebibbia”.

Così, con un colpo di teatro, Ali Agca si è presentato stamane presso la sede dell’Adnkronos a Piazza Mastai, affermando di volersi recare sulla tomba di papa Wojtyla per depositare dei fiori per la ricorrenza.

“Voglio che siate i primi come allora, una nuova esclusiva mondiale”, ha affermato Agca al giornalista di Aki Adnkronos International che l’ha accolto. All’inizio Agca non ha rivelato la vera identità, presentandosi come Mustafa Demirbag, l’avvocato del ‘lupo grigio’. Dopo un breve colloquio con il giornalista di Aki, Agca ha chiesto di essere accompagnato per acquistare i fiori e poi in taxi fino a Piazza San Pietro.

Dopo essere stati fermati dalla sicurezza e una lunga attesa, le autorità hanno quindi acconsentito all’ingresso di Agca nella cappella di S.Sebastiano, permettendogli di depositare i fiori sulla tomba di Giovanni Paolo II. L’Adnkronos fu l’agenzia che il 13 maggio 1981 pubblicò in esclusiva mondiale la foto che ha fissato nella storia l’attimo prima dello sparo di Ali Agca contro Giovanni Paolo II.

Lunedì sarà espulso dall’Italia – Ali Agca sarà trattenuto in uffici della Questura di Roma fino a lunedì quando, con un’apposita udienza di convalida, si perfezionerà la procedura di espulsione avviata all’atto del controllo effettuato dalla polizia dopo che il ‘lupo grigio’, ora residente a Istanbul, si era recato in Vaticano per depositare delle rose sulla tomba di Giovanni Paolo II.

Come precisano fonti della Questura di Roma, si tratta di una procedura amministrativa che viene applicata a chiunque entri in Italia senza il necessario visto. Dopo l’udienza, Agca sarà accompagnato alla frontiera dagli agenti della polizia di Stato.

Mons. Forte: “Pentimento autentico” – “Il gesto più grande è stato quello del perdono che Papa Giovanni Paolo Ii ha dato ad Ali Agca. Se questo segno di oggi, il deporre i fiori sulla tomba di Karol Wojtyla, di un Papa divenuto Santo, vuole essere l’espressione di un pentimento, di un riconoscimento della grandezza morale e spirituale di san Giovanni Paolo II, come tale è chiaro che non può che essere un segno positivo”. Così monsignor Bruno Forte, teologo e segretario speciale del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, commenta all’Adnkronos la notizia.

“Naturalmente – osserva monsignor Forte – questo è un gesto tipico che scruta il cuore di una persona e quindi la mia non può che essere soltanto una benevola ipotesi. Cosa davvero voglia significare questo gesto di Ali Agca può saperlo soltanto la sua coscienza. Anche il fatto che abbia scelto proprio la data del 27 dicembre dichiarando di legarla all’anniversario della visita di Karol Wojtyla a lui, nel 1983 detenuto nel carcere romano di Rebibbia, se da un lato dovrebbe accrescere il valore simbolico del suo pentimento, dall’altro potrebbe anche ridursi semplicemente alla ricerca di un gesto mediatico, amplificato da un ulteriore ‘effetto speciale’ determinato dal giorno scelto”.

Per il teologo, “se occorre sempre essere esitanti nell’interpretare la profondità interiore dei gesti esteriori, in questo caso l’esistazione non può che essere ancora maggiore, riferendosi a un uomo dalla personalità quanto meno complessa. Posso solo pregare il Signore – conclude monsignor Forte – e augurarmi che nel cuore di Ali Agca ci sia stato davvero un pentimento, un riconoscimento autentico del messaggio di pace, di perdono e di amore che Papa Giovanni Paolo II ha portato all’intera umanità e per il quale la Chiesa lo riconosce e lo venera come Santo”.

Immaginate se………Di: Aurelio Donzella

Immaginate se la Chiesa cattolica dovesse dire che degli ipotetici terroristi cristiani accusati di sgozzare e decapitare i nemici del cristianesimo vanno condannati come terroristi ma non possono essere scomunicati perché recitano il Padre Nostro e si professano cristiani. 
Ebbene ciò è invece accaduto in campo islamico. L'Università islamica di Al Azhar, paragonabile al Vaticano dell'islam maggioritario sunnita come referente religioso e dottrinale, ha detto che i terroristi dello Stato islamico in Siria e Iraq sono da condannare come terroristi ma non possono essere scomunicati perché pronunciano la shahada, l'atto di fede, in cui si recita "credo che non vi sia altro dio al di fuori di Allah, credo che Maometto è l'inviato di Allah". 

Così come è vero che quando sgozzano, decapitano, crocifiggono, amputano gli arti, i terroristi islamici lo fanno nell'assoluto rispetto delle prescrizioni del Corano.
''Instillerò il mio terrore nel cuore degli infedeli; colpiteli sul collo e recidete loro la punta delle dita... I miscredenti avranno il castigo del Fuoco! ... Non siete certo voi che li avete uccisi: e’ Allah che li ha uccisi''
(Sura 8:12-17).
"La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l'ignominia che li toccherà in questa vita; nell'altra vita avranno castigo immenso"
(Sura 5;33).

A questo punto Obama e Cameron la smettano di "scomunicare" i terroristi dell'Isis arrivando a sostenere che "non sono musulmani" e, in parallelo, di assolvere l'islam perché sarebbe una "religione di pace". 
Così come tutti coloro che fantasticano sulla presenza di un "islam moderato" contrapposto all'islam radicale la smettano anche loro, perché Allah è unico, Maometto è lo stesso, il Corano è identico per i moderati e i terroristi.

Immaginate se la Chiesa cattolica dovesse dire che degli ipotetici terroristi cristiani accusati di sgozzare e decapitare i nemici del cristianesimo vanno condannati come terroristi ma non possono essere scomunicati perché recitano il Padre Nostro e si professano cristiani.
Ebbene ciò è invece accaduto in campo islamico. L’Università islamica di Al Azhar, paragonabile al Vaticano dell’islam maggioritario sunnita come referente religioso e dottrinale, ha detto che i terroristi dello Stato islamico in Siria e Iraq sono da condannare come terroristi ma non possono essere scomunicati perché pronunciano la shahada, l’atto di fede, in cui si recita “credo che non vi sia altro dio al di fuori di Allah, credo che Maometto è l’inviato di Allah”.

Così come è vero che quando sgozzano, decapitano, crocifiggono, amputano gli arti, i terroristi islamici lo fanno nell’assoluto rispetto delle prescrizioni del Corano.
”Instillerò il mio terrore nel cuore degli infedeli; colpiteli sul collo e recidete loro la punta delle dita… I miscredenti avranno il castigo del Fuoco! … Non siete certo voi che li avete uccisi: e’ Allah che li ha uccisi”
(Sura 8:12-17).
“La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno castigo immenso”
(Sura 5;33).

A questo punto Obama e Cameron la smettano di “scomunicare” i terroristi dell’Isis arrivando a sostenere che “non sono musulmani” e, in parallelo, di assolvere l’islam perché sarebbe una “religione di pace”.
Così come tutti coloro che fantasticano sulla presenza di un “islam moderato” contrapposto all’islam radicale la smettano anche loro, perché Allah è unico, Maometto è lo stesso, il Corano è identico per i moderati e i terroristi.

Grecia, allarme per uomini armati su una nave a Corfù

Una nave al largo dell’isola greca di Corfù ha lanciato un segnale di allarme per la presenza di sospetti uomini armati a bordo. Lo riferisce Skynews su twitter.

Anche la televisione di Stato Nerit ha confermato la notizia della presenza di uomini armati a bordo della nave.

Atene invia elicotteri –  Le autorità greche hanno inviato elicotteri vicino Corfù dove la nave ha lanciato un sos per la presenza di sospetti uomini armati a bordo. Lo scrive il Mail online. Per la tv di Stato greca sull’imbarcazione vi sarebbero dei clandestini mentre altre fonti – scrive il Mail online – affermano che “tutti e 700 i passeggeri sarebbero migranti”

Aereo scomparso precipitato in mare, i passeggeri non sono sopravvissuti.

Aereo scomparso in Malesia, giallo risolto.
"È precipitato nell'oceano, sono tutti morti"

BANGKOK – Alla fine il giallo si è risolto: l’aereo scomparso in Malesia, il volo MH370, è precipitato nel sud dell’Oceano Indiano. Lo ha annunciato a Kuala Lumpur il primo ministro malaysiano Najib Razak.  «Con profonda tristezza e dispiacere, vi devo informare che, secondo nuovi dati, il volo MH370 è finito nel sud dell’Oceano Indiano», ha detto Najib, citando nuovi calcoli basati sui dati forniti dal sistema satellitare Inmarsat per appurare la rotta tenuta dal Boeing 777-200 dopo aver perso i contatti con la torre di controllo. L’ultima posizione rilevata del volo della Malaysia Airlines sparito l’8 marzo si trova appunto nell’oceano. Najib ha spiegato di aver già informato le famiglie delle 239 persone a bordo riguardo gli ultimi sviluppi, e ha rinviato a un’altra conferenza stampa domani per ulteriori dettagli. SMS ALLE FAMIGLIE: NO SOPRAVVISSUTI Le famiglie dei 239 dispersi dell’aereo Malaysia Airlines MH370 hanno ricevuto un sms dalla compagnia aerea, secondo cui l’aereo scomparso è stato «perduto» e non ci sono sopravvissuti. Lo riferisce la Bbc, mentre tra pochi minuti a Kuala Lumpur inizierà una conferenza stampa del primo ministro malaysiano Najib Razak indetta all’ultima ora. (leggo)