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Month: luglio 2014 (Page 1 of 3)

Argentina, nuovo default dopo 13 anni: ecco perché non spaventa quasi nessuno. Di: Mauro Del Corno

A Buenos Aires nell’immediato non ripagare il debito è stata ritenuta l’opzione più conveniente. Ma in prospettiva il crac allontana ulteriormente il ritorno sui mercati internazionali del Paese sudamericano, sempre più affamato di fondi e finanziamenti. E i contraccolpi sull’economia reale, già stretta tra recessione e inflazione, si faranno sentire

Argentina, nuovo default dopo 13 anni: ecco perché non spaventa quasi nessuno

Si chiude come era cominciato l’ultimo capitolo della triste storia economica argentina. Dopo 13 anni un nuovo default da quasi 30 miliardi di dollari che però non spaventa quasi nessuno. Da tempo l’Argentina è assente dai mercati finanziari internazionali e non si segnalano esposizioni significative verso il paese sudamericano. A conti fatti il nuovo default (l’ottavo nella storia del Paese) potrebbe essere, almeno nell’immediato, l’opzione più conveniente anche per Buenos Aires. Nelle ore che lo hanno preceduto si sono rincorse voci riguardanti un documento dello studio legale che assiste la Casa Rosada nelle cause in corso in America in cui l’ipotesi della bancarotta veniva considerata percorribile. I prezzi dei titoli argentini sono rimasti finora su valori relativamente alti, segno che qualcuno sta comprando. Secondo alcuni osservatori potrebbe essere la stessa Argentina, che in questo modo riduce il fardello del suo debito. Il default abbassa il valore dei titoli rendendo questa operazione ancora più semplice. Alle parole della presidenta Cristina Kirchner, che nelle ultime settimane ha più volte affermato di non voler fare default sul debito ristrutturato, sono seguiti ben pochi fatti, visto che fino al penultimo minuto l’Argentina ha disertato il tavolo delle trattative.

I risparmiatori, tra cui 400mila italiani, restano ancora una volta con il cerino in mano – A restare con il cerino in mano sono così, ancora una volta, i risparmiatori che hanno in portafoglio titoli del Paese sudamericano passati attraverso due ristrutturazioni (2005 e 2010) con allungamento delle scadenze e il taglio delle cedole. Tra questi anche circa 400mila italiani per cui si apre una nuova fase di attesa ed incertezza. La miccia del default è stata accesa dalla decisione dello scorso giugno del giudice statunitense Thomas Griesa, competente in materia in quanto i titoli argentini furono emessi sotto la legislazione dello stato di New York per attrarre più investitori internazionali. Il giudice ha dato ragione ai fondi Elliott Capital e Aurelius Capital che non avevano aderito alle ristrutturazioni del debito e chiedevano il rimborso integrale dei titoli coinvolti nel default. Secondo la sentenza nessun altro pagamento può essere effettuato se prima non vengono rimborsati i possessori dei titoli originari. Una sentenza molto efficace da un punto di vista operativo poiché la gran parte dei fondi argentini che servono per pagare i possessori di titoli in tutto il mondo transitano per la Bank of New York Mellon, ovviamente sottoposta alla giurisdizione Usa e dunque obbligata a rispettare la sentenza. I fondi avrebbero dovuto incassare circa 1,5 miliardi di dollari, ma se tutti i possessori di titoli analoghi avessero avanzato la stessa richiesta l’esborso sarebbe stato almeno di dieci volte tanto. A quel punto, in un perverso effetto domino, i possessori di bond ristrutturati avrebbero potuto pretendere a loro volta il rimborso integrale dei loro titoli. Il diritto è previsto da un’apposita disposizione (clausola Rufo, valida fino al primo gennaio 2015) secondo cui l’accordo di ristrutturazione “salta” se altri obbligazionisti ottengono condizioni migliori.

Si allontana il ritorno sui mercati internazionali – A quel punto il conto per Buenos Aires sarebbe salito verso valori assolutamente ingestibili per un Paese che ha riserve per appena 30 miliardi dollari e si trova a fronteggiare una situazione economica tutt’altro che rosea, stretto tra recessione e inflazione intorno al 40%. Far saltare il banco potrebbe essere stata dunque l’opzione più semplice, almeno nell’immediato. Molto meno in prospettiva. Il nuovo default allontana infatti ulteriormente il ritorno sui mercati internazionali del Paese sudamericano, che è sempre più affamato di fondi e finanziamenti. I contraccolpi sull’economia reale si faranno sentire. La decisione del tribunale Usa è stata peraltro accolta con un certo fastidio da istituzioni internazionali e governi. Lo stesso presidente Barack Obama aveva auspicato un diverso esito della vicenda giudiziaria. Si stabilisce infatti un pericoloso precedente per tutti i casi di ristrutturazioni del debito orchestrati a livello istituzionale. Se la linea giurisprudenziale è quella di riconoscere in toto i diritti del creditore, gli incentivi ad aderire agli accordi vengono molto ridimensionati.

Un cammino intrapreso da tempo. Ma fondi e grandi banche ne hanno approfittato – Tuttavia è probabile che nel caso argentino quanto accaduto nelle aule dei tribunali abbia solamente accelerato un cammino verso la bancarotta che il Paese aveva già intrapreso da tempo. Come fanno notare molti osservatori, gli errori di fondo sono sempre gli stessi: una politica fiscale lasca e governi dalla spesa allegra che si finanziano stampando moneta senza curarsi troppo delle leggi dell’economia. L’Argentina insomma ci ha messo anche questa volta molto del suo. E’ però vero che da anni fondi e grandi banche internazionali non perdono occasione per approfittarne. Il fondo Elliot Capital che ha vinto la causa è specializzato in questo tipo di operazioni: acquista a prezzi irrisori titoli di paesi finiti in default e percorre poi la via giudiziaria per ottenere rimborsi o costringere lo Stato a una mediazione. Ci aveva già provato con successo nel 1996 con il Perù, acquistando bond per 11 milioni e ottenendone alla fine 60 di rimborsi. Secondo il governo argentino Elliot Capital avrebbe comprato titoli dichiarati in default per 49 milioni di dollari e ora potrebbe incassarne oltre 830 con un guadagno del 1600% in soli sei anni. Guardando al passato vale la pena ricordare un episodio tra tanti. Nel marzo del 2001 David Mulford in rappresentanza di Credit Suisse convinse il governo argentino, alle prese con una carenza di liquidità, ad aderire a un’operazione di swap del debito. Le scadenze dei pagamenti venivano posticipate ma gli interessi sui titoli diventavano ancora più insostenibili. L’operazione fruttò all’istituto svizzero e alle altre banche internazionali coinvolte commissioni per 90 milioni di dollari, ma affossò definitivamente le già risicate chances di ripresa del paese. Trappole da cui l’Argentina non sembra capace di liberarsi.

da. il fatto quotidiano.

In che modo i media aiutano Hamas? di Bassam Tawil (*)

“Sappiamo che Hamas usa gli scudi umani. Ma perché riportare questa notizia quando si è seduti nel bel mezzo della striscia di Gaza, circondati da uomini armati di Hamas?” si chiede un reporter di guerra, che vuole rimanere anonimo.

Oltre alla questione degli scudi umani c’è qualcos’altro che i media internazionali preferiscono ignorare: le esecuzioni sommarie di palestinesi accusati di “collaborazionismo” commesse nel corso delle ultime due settimane.

I media stanno aiutando Hamas a farla franca con i crimini di guerra. Hamas e i suoi propagandisti palestinesi continuano a sostenere che i movimenti islamisti non utilizzano i civili come scudi umani nella striscia di Gaza durante la guerra. Ma la verità è che Hamas ammette di usare civili innocenti come scudi umani per aumentare il numero delle vittime e screditare Israele agli occhi della comunità internazionale.

Tuttavia, quest’ammissione è passata inosservata alla maggior parte dei giornalisti e degli analisti occidentali. Molti reporter sembrano essere all’oscuro che gli alti dirigenti e i miliziani di Hamas trovino rifugio fra i civili e negli ospedali, soprattutto nello Shifa Hospital di Gaza City. È davvero una coincidenza che i portavoce di Hamas rilascino interviste ai media arabi e occidentali dai locali dello Shifa Hospital? Perché a nessuno è parso strano?

Naturalmente, i portavoce di Hamas, per attirare l’attenzione dei mezzi di comunicazione, fingono di andare a visitare i feriti in ospedale, mentre in realtà se ne stanno all’interno dell’edificio, sapendo bene che Israele non colpirebbe un sito così sensibile. Ciò che è inquietante è che i giornalisti stranieri non si sono preoccupati di chiedere (né hanno osato farlo) se qualcuno dei leader di Hamas e dei sedicenti portavoce si fosse nascosto all’interno del nosocomio, indipendentemente dalla risposta che avrebbero ricevuto.

Un inviato straniero ha spiegato che porre una domanda del genere avrebbe “messo in pericolo la mia vita”. Un altro ha ammesso davanti a un caffè che lui e i suoi colleghi erano troppo spaventati per riportare la notizia che avrebbe irritato Hamas e altri gruppi radicali.

Il 22 luglio Hamas e gli altri gruppi della “resistenza” palestinese hanno invitato gli abitanti della striscia di Gaza a non uscire di casa dopo le 23. Il monito, che è stato ignorato dalla maggior parte dei giornalisti, è stato pubblicato su molti siti web legati a Hamas. Ecco cosa fa: impone un vero e proprio coprifuoco agli abitanti della striscia di Gaza, nella speranza che essi siano uccisi o feriti da Israele. Ma questa, per quanto riguarda i media internazionali, è una notizia che ovviamente non vale la pena riportare.

Il 10 luglio sono emerse ulteriori prove dell’uso di civili come scudi umani da parte di Hamas. Il ministero degli Interni di Gaza ha pubblicato sul suo sito web in arabo un comunicato in cui si chiede ai residenti di non dare ascolto agli inviti israeliani di lasciare le proprie case, per evitare di essere feriti o uccisi dalle Idf, le forze di difesa israeliane.

Questo monito non è stato postato sul sito web in lingua inglese del ministero. Non sembra sorprendere che Hamas non voglia che il mondo sappia che i suoi dirigenti, dalle suite di lusso degli alberghi in Qatar e in altri Paesi, usino i civili come scudi umani.

Anche se quasi tutti gli inviati stranieri che si occupano del conflitto nella striscia di Gaza hanno degli “assistenti” di lingua araba, nessuno di questi “tuttofare” ha ritenuto necessario mettere in guardia i loro colleghi stranieri dai moniti lanciati da Hamas. Alcuni reporter occidentali, che sono venuti a conoscenza in seguito dell’avvertimento, hanno preferito far finta di nulla. Dopotutto, chi vuole avere seccature con Hamas, in particolar modo quando i suoi dirigenti e i combattenti sono molto nervosi e occupati a spostarsi da un nascondiglio all’altro? Fonti palestinesi hanno confermato che Hamas ha giustiziato almeno tredici palestinesi sospettati di “collaborazionismo” con Israele. Nessuno dei sospetti è stato processato e le esecuzioni sarebbero state eseguite nel modo più brutale, infliggendo varie torture dai violenti pestaggi alla rottura delle braccia e delle gambe.

Sempre secondo le fonti, Hamas gambizza altresì i sospetti “collaborazionisti” per impedire loro di muoversi. Molti altri, tra cui gli attivisti di Fatah, sono stati messi agli arresti domiciliari per volontà di Hamas. E anche di questo Hamas non vuole che i media internazionali parlino. Nemmeno uno dei giornalisti stranieri presenti nella striscia di Gaza ha menzionato nei suoi servizi le uccisioni brutali. Forse essi temevano di essere allontanati dal teatro di guerra e di essere inviati a svolgere il loro lavoro in un luogo anonimo.

Hamas è riuscita a evitare che i mezzi di comunicazione internazionali fornissero informazioni sulla perdita di vite umane tra gli appartenenti all’organizzazione. Ai reporter è stato permesso di parlare solo delle vittime civili. Avete visto qualche foto o avete letto qualche pezzo sugli uomini armati di Hamas? Ovviamente, no. La versione ufficiale è che non esistono. I giornalisti stranieri hanno soddisfatto le richieste di Hamas e continuano a evitare le notizie o le foto che mostrano un cinico sfruttamento dei civili innocenti in tempo di guerra da parte del movimento islamista. I mezzi di comunicazione si sono ancora una volta schierati nel conflitto israelo-palestinese. Così facendo, stanno aiutando Hamas a farla franca con i crimini di guerra.

(*) Gatestone Institute

Solo bestie feroci. Di: Roberto Martinelli

Sono delle bestie feroci.

Sono delle bestie feroci.

. eeeeevvvvvaaaiiii!!!!! Ecco come i terroristi dell’ISIS, trattano i soldati nemici catturati. Ma la cosa più vergognosa e pazzesca è che ieri queste bestie feroci sono state incensate da un’infame (p@@@@@@a politica) (chissà di che tendenza???? Si accettano scommesse) che li definisce good guys, con questa frase ” …… dovessi dire la prima cosa che ricordo dei miei giorni con l’ISIS, autunno 2013- so che suona blasfemo (meno male, aggiungo io): ma è l’attenzione per gli altri (infatti si vede), Mentre il mondo era lì a chiedersi perché fosse così popolare, la domanda vera era un’altra: posso aiutarti (per tagliarti la gola o per crocefiggerti, aggiungo io)???”- quello che i ragazzi (????) dell’ISIS chiedevano a chiunque incontrassero”. AMICI, QUESTI PAZZI FURIOSI VANNO FERMATI, IMMEDIATAMENTE, CON QUALSIASI MEZZO, SIA IN IRAQ CHE, ADESSO, IN CIRENAICA, SE NO SARANNO CAZZI AMARI PER TUTTI, A COMINCIARE DA NOI ITALIANI. Lo volete capire fonzie, mogherini e pinotti che non è più tempo di scherzare???

PS: cari amici il mondo sta esplodendo e i nostri rappresentanti che Dio li stramaledica, stanno a scherzare alla Camera con emendamenti del tipo “cambiamo il nome della Camera, da Camera a Gilda”. Ci pensate, cazzooooo!!! Ci pensate in che mani siamo e questo grazie a chi ha votato a sinistra o, peggio ancora, non ha votato.

Libia, proseguono scontri aeroporto Tripoli nonostante tregua 24 ore

 

Libia, proseguono scontri aeroporto Tripoli nonostante tregua 24 ore

Tripoli – Proseguono a Tripoli i combattimenti fra le milizie rivali che combattono per il controllo dell’aeroporto della capitale della Libia, nonostante il cessate il fuoco di 24 ore dichiarato per domare l’incendio scoppiato dopo che è stato colpito un deposito di carburanti nello scalo. Un altro serbatoio è stato infatti colpito da un colpo di artiglieria nel distretto di Sedi Bu-Salem, vicino all’aeroporto, riferisce ad Associated Press un rappresentante anonimo della compagnia petrolifera di Stato libica. Il serbatoio, ha precisato, non ha preso fuoco dopo essere stato colpito.

Le televisioni libiche, nel frattempo, hanno invitato i residenti che vivono in un raggio di cinque chilometri dall’aeroporto di allontanarsi. Molte famiglie stanno fuggendo dalle loro case, mentre il fumo nero delle esplosioni continua a offuscare il cielo di Tripoli. A causa dei combattimenti, numerosi diplomatici e cittadini stranieri sono stati costretti ad abbandonare il Paese. Il ministro degli Esteri spagnolo ha annunciato di avere portato via in aereo 60 persone oggi, aggiungendo che l’ambasciatore è comunque rimasto a Tripoli insieme con un personale ridotto.

“La Spagna non chiuderà la sua ambasciata come dimostrazione di sostegno alla transizione libica e alle sue istituzioni, oltre che di solidarietà alla popolazione in questo periodo di crisi”, afferma il comunicato del ministero.

Post ‘blasfemo’ su Facebook, scatta il linciaggio in Pakistan: uccise una donna e due bambine


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Una folla inferocita a causa di un post pubblicato su Facebook da un membro della setta islamica minoritaria della Ahmadiyya ha appiccato il fuoco a diverse case nel Pakistan orientale, uccidendo una donna e due sue nipoti. E’ quanto ha dichiarato il funzionario di polizia Malik Asghar, secondo cui decine di uomini armati della comunità musulmana sunnita hanno attaccato un quartiere residenziale della Ahmadiyya nella città di Gujranwala, nella provincia centrale del Punjab, poco dopo la mezzanotte di domenica.

La folla ha cosparso le case di petrolio e ha appiccato il fuoco, uccidendo una donna sulla cinquantina e due bambine di sette e un anno, ha detto Asghar.

Gli scontri sono iniziati dopo che un ragazzo della setta Ahmadiyya ha condiviso sul diario di un amico sunnita su Facebook un post che altri compagni musulmani hanno considerato blasfemo. La polizia ha precisato che il creatore del post viveva in passato nello stesso quartiere che è stato attaccato la notte scorsa.

Le uccisioni e le persecuzioni di membri delle minoranze religiose sono frequenti in Pakistan, dove urtare i sentimenti religiosi dei musulmani può avere come conseguenza l’accusa di blasfemia, che è punibile con la condanna a morte.

Stando all’ufficio diritti umani del ministero per gli Affari legislativi pakistano, dal 1986 a oggi circa 1.300 persone sono state accusate di blasfemia e circa 60 sono state uccise prima della conclusione del processo.

A Parigi la nuova “notte dei cristalli” Di: Stefano Magni

Sinagoghe attaccate, negozi ebraici devastati, auto e proprietà date alle fiamme. Una vera notte dei cristalli, all’alba del 2014, è scoppiata in Francia, proprio nella sua capitale, al cuore dell’Europa occidentale. Nel sobborgo di Sarcelles, chiamato la “piccola Gerusalemme” per la sua numerosa comunità ebraica, decine di vandali, infiltrati in una manifestazione filo-palestinese, hanno iniziato a dar fuoco ai cestini della spazzatura, a distruggere auto parcheggiate e poi a lanciare razzi e bombe molotov, contro la polizia e le proprietà dei locali. Negozi di cibo kosher, ristoranti e una casa funeraria sono stati danneggiati e saccheggiati da scalmanati che insultavano Israele. “Non avevamo mai visto una violenza simile a Sarcelles – assicurava ieri il sindaco François Pupponi – questa mattina (ieri, ndr) la gente è stordita, la popolazione ebraica è intimorita”. Non si tratta del primo caso. Sabato scorso, a Parigi, un’altra manifestazione per Gaza è andata fuori controllo ed è finita in scontri con la polizia. È sempre lo stesso copione dopo l’assalto dato alla sinagoga del quartiere Marais, il distretto ebraico di Parigi, lo scorso 13 luglio. In quella occasione, gli estremisti avevano attaccato di sabato, quando la sinagoga era piena di fedeli. Nello scontro che ne era seguito, tre ebrei erano rimasti feriti.

La Francia è la nazione europea che ospita una delle più grandi comunità ebraiche e una delle più grandi comunità musulmane. Dunque sembra abbastanza logico che il conflitto mediorientale venga “esportato” anche nella repubblica d’oltralpe. Gli atti di violenza antisemita, stando a tutte le prove raccolte finora, sono tutte da ascriversi ad estremisti islamici, fieri della loro identità di immigrati di seconda e terza generazione. Tuttavia, il governo francese, non sembra riconoscere questa minaccia.

Dopo il massacro di ebrei a Tolosa, commesso da uno jihadista con cittadinanza francese e il più recente massacro (sempre di ebrei) a Bruxelles, commesso da un altro jihadista con cittadinanza francese, questi scontri nei sobborghi di Parigi dovrebbero suonare come un campanello di allarme per tutto il Paese. C’è un nemico allevato in casa che cresce, si rafforza, diventa più sicuro di sé, almeno da tutti gli anni 2000. Eppure, la politica estera francese, per lo meno, pare non essersene neppure accorta. La linea è sempre quella di condanna dell’operato di Israele, come ha dichiarato il ministro degli Esteri Laurent Fabius il 22 luglio: “Niente giustifica il massacro” di civili palestinesi. Dei razzi palestinesi lanciati contro i civili israeliani? Importa meno: la risposta è “sproporzionata”, dunque spetta a Israele il peso della colpa. Se lo stesso criterio venisse seguito anche in Francia, la polizia non dovrebbe neppure arrestare decine di “attivisti” filo-palestinesi (13 ieri e 18 domenica) “solo” perché distruggono proprietà di francesi di religione ebraica.

Si tende sempre a sottovalutarlo, o a dimenticarlo, ma il problema della Francia, è ancora più profondo rispetto alla crisi mediorientale e alle sue fiammate improvvise. E non riguarda solo le comunità musulmana ed ebraica. Infatti, in Francia l’antisemitismo, rilevato dalla Anti Defamation League, è condiviso dal 37% della popolazione. Ben più di un terzo di tutti i francesi. Non si tratta di un fenomeno solo islamico: i musulmani di Francia sono, al massimo (nelle stime più inclusive e approssimate per eccesso) il 10% della popolazione. Ecco, gli antisemiti sono quasi 4 volte più numerosi dell’intera popolazione islamica francese. Si tratta di una delle maggiori diffusioni di antisemitismo dell’Unione Europea, caso unico in tutta l’Europa occidentale, inferiore solo alla Grecia (69%, uno dei Paesi più antisemiti del mondo), alla Polonia (45%), alla Bulgaria (44%) e all’Ungheria (41%).

È un problema che troppo spesso non viene capito: in Francia, così come negli altri Paesi ad alto tasso di antisemitismo, l’oggetto dell’odio non è Israele, ma l’ebreo in sé. Israele e le sue numerose guerre sono solo un pretesto. Quel che maggiormente viene odiato, dell’ebreo, è la sua presunta infedeltà alla nazione europea di cui è cittadino, il suo presunto potere economico, finanziario e culturale, visto come causa della crisi economica di questi anni. Si respira la stessa aria della crisi di fine anni Venti, preludio del nazismo. Gli ebrei lo sentono e, nonostante il pericolo e la guerra cronica, dalla Francia fuggono in massa verso Israele. È dalla repubblica d’Oltralpe, infatti, che arriva la maggior parte dei nuovi “rientri” nello stato ebraico.

Continua la furia di Isil contro le tombe dei profeti, distrutta la moschea di Seth a Mosul.


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La furia dei miliziani jihadisti dello Stato Islamico (Isil) continua ad abbattersi contro le tombe dei profeti a Mosul, la città dell’Iraq settentrionale caduta il mese scorso nelle loro mani. Nelle ultime ore, gli estremisti hanno infatti fatto saltare in aria la moschea dove sorgeva la tomba del profeta Seth, una delle più antiche della città, risalente al 1057.

Testimoni oculari, citati dal sito d’informazione Iraqi News, hanno affermato che “i terroristi hanno posizionato l’esplosivo all’interno della moschea di Seth e l’hanno fatta esplodere provocando gravi danni”. Il luogo di culto, che è situato in una zona centrale e molto popolata di Mosul, era chiuso da mesi per restauro.

Già nei giorni scorsi i miliziani dell’Isil avevano distrutto moschee e luoghi di culto sciiti a Mosul, Talafar e Kirkuk. Sempre a Mosul sono state rase al suolo le tombe di altri due profeti, quella di Giona, nella zona orientale della città, e di Daniele. Le immagini dell’esplosione della tomba di Giona hanno fatto il giro del web.

Come hanno spiegato fonti della formazione sunnita al sito Ankawa, alla base del gesto c’è la convinzione dell’Isil che “secondo l’Islam devono essere distrutti tutti i monumenti funebri che sono stati eretti al di sopra del terreno. Perciò – dichiarano – tutte queste tombe vanno distrutte totalmente perché costruite contro la volontà del profeta Maometto”.

Secondo l’archeologo Saadallah Hamid la tomba del profeta Giona rappresentava uno dei monumenti più antichi di Mosul. “La moschea e il monumento funebre risalgono agli inizi del XIX secolo – ha spiegato – ed erano costruiti su un monastero siro-antiochieno molto più antico. L’esplosione – ha concluso – ha fatto emergere dei portoni nascosti sui quali sono incise frasi in aramaico”.

La furia dell’Isil contro le tombe dei profeti ricorda quella dei ribelli salafiti di Ansar Eddine nel nord del Mali, che nel 2012 fecero saltare in aria antiche tombe di Timbuctù, patrimonio mondiale dell’Unesco. In particolare gli estremisti di Ansar Eddine si scagliarono contro le tombe dei santi sufi, sostenendo che si trattava di edifici che alimentavano l’idolatria e che deviavano dalla “retta via”.

India, stuprata e impiccata un’altra bimba. Folla inferocita lincia i presunti colpevoli.

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Ennesimo episodio di agghiacciante violenza contro una bambina in India. A farne le spese questa volta è una ragazzina di 8 anni, il cui corpo è stato ritrovato appeso ad un albero di un villaggio del Bengala occidentale. Secondo le fonti citate dai media indiani, la piccola sarebbe stata prima aggredita fisicamente e poi uccisa. La polizia è in attesa dei risultati dell’esame post-mortem.

L’orribile vicenda è avvenuta a Nandakumar, a circa 140 chilometri da Calcutta, ed i residenti locali, che sono stati i primi a rinvenire il corpo, hanno linciato uno dei sospetti.

La bambina, spiegano fonti della polizia, è scomparsa da casa mercoledì sera, ma la famiglia non ha presentato una denuncia alla polizia e ha iniziato a cercare la piccola con l’aiuto dei vicini. Le autorità sono state avvertite solo dopo il ritrovamento del corpo, avvenuto ieri mattina a circa 200 metri da casa sua. Secondo alcuni residenti, la vittima presentava molte ferite e anche segni di una violenza sessuale.

“Quando la polizia è arrivata sul posto – ha detto Sukesh Jain, soprintendente del distretto di Midnapore Est, al Mail Today – gli abitantiavevano già recuperato il corpo della bambina e stavano attaccando tre uomini che erano sospettati di essere coinvolti nell’incidente. Gli abitanti hanno incendiato una delle loro case”. Uno di loro è morto per le ferite dopo essere stato trasportato in ospedale, gli altri due non sono gravi e sono stati arrestati dalla polizia. Seconde alcune fonti, la famiglia della bambina era coinvolta in una disputa su dei terreni, e potrebbe quindi essere stata vittima di una ritorsione.

Siria: ministro Esteri Beirut, no a campi profughi, rispettare Costituzione.



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L’allestimento in Libano di campi per l’accoglienza dei rifugiati siriani costituirebbe una “violazione della Costituzione”. Lo ha affermato il ministro degli Esteri di Beirut, Jebran Bassil, che durante una conferenza stampa ha anche denunciato come il Libano stia affrontando una “catastrofe”. “Legittimare la presenza di campi per rifugiati siriani sarebbe una violazione della Costituzione – ha detto – Chiediamo che le autorità siriane aprano campi per gli sfollati all’interno del territorio siriano”.

“Il Libano non è una priorità per la comunità internazionale. La comunità internazionale si è dimenticata del Libano – ha lamentato Bassil – Ai rifugiati la comunità internazionale dovrebbe dare incentivi affinché possano lasciare il Libano”. Il Paese dei Cedri ospita attualmente 1,1 milioni di rifugiati siriani.

“Scioccata dal silenzio davanti ai crimini dell’Isil su donne irachene” Di: Dunya Mikhail


<p>Dunya Mikhail</p>

Dunya Mikhail

 

“Sono sconvolta vedendo questo nuovo Olocausto in Iraq e confusa e disorientata dal silenzio che circonda questa catastrofe”. Così la poetessa irachena, Dunya Mikhail, commenta le misure liberticide annunciate dallo Stato Islamico (Isil) nel nord del suo paese, dall’ordine di infibulazione per tutte le ragazze dell’autoproclamato califfato all’appello a “offrire le donne non sposate” ai “fratelli mujaheddin” diffuso nella provincia di Ninive.

“Si tratta di una crisi mondiale e non solo irachena – spiega la poetessa ad Aki-Adnkronos International – Il mondo intero dovrebbe prendere una posizione seria contro tutto ciò, ma dove sono le Nazioni Unite? Come si può permettere questa enorme violazione dei diritti umani?”.

La Mikhail, nata a Baghdad ma da anni residente negli Stati Uniti, si dice “delusa” dell’inazione della comunità internazionale, mentre “i terroristi stanno distruggendo gli antichi siti e le nostre tombe”. La Mikhail sottolinea quindi che le donne irachene “sono in gran parte istruite” e stanno vivendo l’avanzata dell’Isil come “un incubo”.

L’Iraq – prosegue la poetessa – corre il rischio di trasformarsi in un nuovo Afghanistan. I miliziani dell’Isil, con i loro provvedimenti oscurantisti nei confronti delle donne, sono come i Talebani negli anni Novanta a Kabul – è il suo ragionamento – ma tutto questo può essere evitato se “la gente trova la volontà di vivere nel modo che vuole”.

“La prima donna poetessa nel mondo è stata l’irachena Enkheduanna che era soprannominata ‘la custode della fiamma’. Possa la sua fiamma di saggezza dare la forza a tutte le donne e agli uomini iracheni davanti al fuoco di questa ‘era moderna’ – è l’auspicio della Mikhail – Mi sento così vulnerabile e tutto quello che posso fare in questo momento è scrivere una poesia che possa essere un rifugio sicuro per tutti coloro che sono in pericolo in Iraq”.

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