Archivio mensile:giugno 2014

E l’Ue beffa l’Italia e nega gli aiuti. Di: Fabrizio de Feo

Roma – Per l’Italia arriva l’ennesimo semaforo rosso dell’Europa sull’immigrazione. Nonostante i pre-annunci di lotta e le fiduciose dichiarazioni del nostro premier, alla prova dei fatti non arriva alcun cambio di rotta.

Dal Consiglio europeo l’Italia incassa la classica raffica di promesse, con frasi generiche e rassicuranti sul futuro rafforzamento operativo di Frontex. I numeri, però, sono implacabili e raccontano per il periodo ottobre-aprile di un contributo europeo di circa 12 milioni (in parte pagati da noi) rispetto ai 54 spesi dall’Italia per garantire una missione come «Mare Nostrum» da 300mila euro al giorno. Un saldo di 42 milioni pagati di tasca nostra che difficilmente verrà ribaltato dalle promesse comunitarie.
Il punto debole dell’approccio europeo è sempre lo stesso: la pacca sulle spalle virtuale sul Frontex non viene accompagnata dalla più logica misura di partecipazione all’emergenza: la reciprocità nel diritto d’asilo.
«C’è un passo avanti» per essere «un po’ meno soli nel Mediterraneo» è l’ottimistica versione firmata Matteo Renzi. Il problema è scalfire il «catenaccio» del Nord Europa, sostanzialmente impermeabile alle richieste d’aiuto degli altri soci dell’Unione e ben felice di scaricare sui Paesi d’arrivo l’onere della permanenza dei rifugiati. «L’immigrazione resta un affare di pochi Stati membri. Alle parole del governo non si riesce a far seguire i fatti» dice Deborah Bergamini. E Renato Brunetta parla di «umiliazione-immigrazione», ricordando come siano stati smentiti anche gli accordi di fine 2013 che lasciavano prefigurare la modifica dei trattati di Dublino, per consentire finalmente, con il visto dai Paesi di primo approdo, il trasferimento dei profughi su tutta la geografia europea.
D’altra parte l’atteggiamento verso l’Italia somiglia a una eterna ripetizione di un identico schema. Le stesse aperture all’idea di una Guardia Costiera Ue – «avremo una polizia frontaliera unica» annuncia Simona Bonafè – non sono certo una novità. «Ricordo quando venne chiuso il bilancio 2007-2013» ricorda l’ex commissario e vicepresidente della Commissione, Franco Frattini. «Era stato previsto un extra-budget per Frontex che poi per ragioni procedurali non ci venne mai assegnato». Lo stesso avvenne con la Guardia Costiera comune. «La proposi da commissario nel 2006, il progetto partì e si era già passati a un livello operativo, c’era persino chi si stava occupando delle divise, con la doppia bandiera, quella dell’Ue e quella del singolo Paese da apporre sulle uniformi. Alla fine, però, si bloccò tutto perché il problema vero non è il pattugliamento. Il punto su cui la solidarietà europea si infrange è il burden-sharing degli immigrati e dei richiedenti asilo. Quando si tratta di stabilire l’immediato smistamento nei Paesi europei, soprattutto del Nord, tutti si tirano indietro». Risultato: l’Italia resta sola, l’Europa gira la testa da un’altra parte, e il budget di Frontex per il 2014 resta inferiore a quello del 2013.

Iraq, l’esercito circonda Tikrit e bombarda le basi Isil a Mosul


<p>(Xinhua)</p>

Si continua a combattere in Iraq. L’esercito iracheno sta conducendo un’offensiva con l’obiettivo di riconquistare la città di Tikrit, dall’11 giugno caduta nelle mani dei miliziani sunniti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil). Le truppe del governo, con carri armati e veicoli blindati, hanno marciato verso la città, a circa 140 km a nordovest di Baghdad, e hanno riconquistato Awja, il villaggio dove è nato l’ex dittatore Saddam Hussein. Un ufficiale dell’esercito rimasto anonimo, citato dall’agenzia Dpa, ha detto che “le truppe hanno liberato Awja” e che ora “hanno il pieno controllo” delle aree intorno a Tikrit dove è previsto un attacco “da tutte le direzioni” contro le basi dei jihadisti.

Più a nord, secondo quanto riferito dal corrispondente di al-Arabiya,l’esercito iracheno ha bombardato le basi dei militanti jihadisti a Mosul, altra città caduta nelle mani dell’Isil a inizio mese. Ma i miliziani qaedisti resistono e non risparmiano neanche i luoghi di culto. Human Rights Watch (Hrw) denuncia che gli estremisti sunniti hanno bombardato quattro moschee sciite e saccheggiato villaggi proprio alla periferia di Mosul.

Secondo l’ong internazionale, i militanti jihadisti inoltre hanno sequestrato almeno 40 turcomanni sciiti e ordinato a 950 famiglie turcomanne di lasciare due villaggi sotto il loro controllo, Guba e Shireekhan. Alcuni degli sfollati hanno rivelato a Hrw che gli insorti, che considerano gli sciiti alla stregua di eretici, hanno ucciso alcuni degli uomini che hanno rapito, ma la notizia non è stata confermata da fonti ufficiali.

La notizia degli attacchi alle moschee e alla popolazione sciita non è ancora stata commentata dalle autorità iraniane, che fin dall’inizio dell’offensiva dell’Isil in Iraq hanno indicato come una “linea rossa” gli attacchi ai luoghi di culto degli sciiti. L’Iran – aveva dichiarato il presidente Hassan Rohani – “farà di tutto” per proteggere i luoghi santi dell’Islam sciita dalla minaccia jihadista.

Della crisi irachena ha parlato, comunque, la Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, sottolineando che i “nemici” della Repubblica islamica stanno cercando di frenare l’ondata di “risveglio islamico” in Medio Oriente “provocando conflitti settari tra i musulmani”. I nemici, ha detto, “sono aggrappati alla speranza che un conflitto tra sciiti e sunniti possa sovvertire il risveglio islamico, per questa ragione stanno alimentando guerre civili nella regione”. L’avanzata dell’Isil è appoggiata da ex militanti del disciolto Baath e l’ayatollah, a proposito, ha sottolineato che “quello che resta del regime del dittatore Saddam Hussein e un manipolo di ignoranti stanno perpetrando crimini nel paese”. In Iraq – ha concluso – non c’è un conflitto sciiti-sunnita, ma “una guerra tra terroristi e gruppi filo-occidentali da una parte e chi si oppone al terrorismo e vuole l’indipendenza dell’Iraq dall’altra”.

Prostitute deluse: “Tifosi europei sono andati via e i sudamericani non hanno soldi…”


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Le nazionali sudamericane vanno avanti, i colossi europei fanno flop e vengono eliminati: “E’ un disastro”. Ad analizzare il quadro degli ottavi di finale dei Mondiali non sono commentatori o tecnici, ma le prostitute brasiliane. “Se pensavo di guadagnare 1000, ora so che al massimo guadagnerò 100”, dice Rita, 26 anni, che contatta i potenziali clienti in un noto locale di Copacabana.

“Questi Mondiali ci hanno rovinato”, dice in maniera più categorica Laura, che fornisce spiegazioni più dettagliate. I tifosi delle Nazionali sudamericane “non pagano niente, non hanno un soldo, si lamentano sempre e vogliono tutto gratis”, dice. Per questo, si sperava che le Nazionali europee, con tifosi al seguito, rimanessero più a lungo nel torneo, “quasi fino alla finale”.

“Qui tutti hanno alzato i prezzi: gli hotel, le pensioni, i locali dove andiamo a mangiare”, aggiunge Laura. Qualche ragazza dà anche i numeri: se un cliente americano o europeo è disposto a pagare 400 reais (circa 130 euro) per un “programma”, vale a dire un incontro di circa due 2 ore, i sudamericani non vanno oltre i 150 (circa 50 euro) “se va bene”. “La differenza è enorme. I sudamericani, per quanto mi riguarda, se ne possono anche andare -dice una ragazza identificata come Morena-. Ma ci sono solo loro. C’è qualche tedesco e qualche americano, ma sono pochi”.

Gli statunitensi, a quanto pare, sono i clienti più apprezzati: “Hanno i portafogli pieni di soldi e non badano a spendere”. Gli uruguayani, nota Rita, al contrario non sono facoltosi ma, almeno, “sono affettuosi”. Quando si tratta di pagare, però, arrivano i problemi: “Credo proprio che non abbiano soldi”. Amanda, al contrario di altre ragazze, non sembra preoccupata per le conseguenze delle partite sulla sua routine. “I più carini sono gli angolani”, dice. “Gli africani che vivono qui a Rio -aggiunge- lavorano in grandi imprese. Loro sì che hanno i soldi”.

Libano, kamikaze si fa esplodere in un hotel sul lungomare di Beirut

(Foto Xinhua)

 

Un attentatore suicida si è fatto esplodere nel quartiere Raouche di Beirut, zona centrale di negozi, hotel e ristoranti lungo la corniche della capitale libanese. Lo riferisce la tv locale al-Mustaqbal, secondo la quale il kamikaze è entrato in azione durante un raid delle forze di sicurezza in un hotel del quartiere che si affaccia sul mare. L’esplosione è avvenuta al quarto piano dell’albergo. Non si conosce al momento il bilancio delle vittime. La tv sciita al-Jadeed riferisce che l’attentatore era un cittadino saudita.

L’hotel colpito dall’esplosione, secondo i media libanesi, e’ l’Hotel Duroy, una struttura a quattro stelle che si trova su Australia Street, a ridosso della costa. La tv satellitare al-Jazeera parla di una vittima, ma non e’ chiaro se si tratti dello stesso kamikaze.

L’Iraq è sull’orlo della frantumazione Di: Paolo Dionisi

L'esplosione dell'Iraq

L’esplosione dell’Iraq

L’offensiva dei guerriglieri sunniti dello Stato Islamico del Levante (Isil) che sta sbaragliando l’esercito iracheno e conquistando ampie zone dell’Iraq settentrionale e occidentale, da Ninive a Diyala, si avvicina a Baghdad e pone un serio rischio alla sopravvivenza dell’Iraq centralizzato, come fu creato nel 1920 sulle macerie dell’impero ottomano.

Qualunque sarà l’esito delle operazioni militari sul terreno, dopo l’invio dei trecento consiglieri americani e la chiamata alle armi delle milizie sciite, questo Paese, uscito distrutto da anni di aspri confronti etnici e confessionali, potrebbe al massimo sopravvivere sotto forma confederale, secondo la gran parte degli analisti politici internazionali.

In poche settimane, l’esile equilibrio che teneva ancora unito l’Iraq si è frantumato con l’insurrezione delle regioni sunnite dell’Ovest e del Nord e la pronta mossa dei Curdi ad occupare la regione petrolifera di Kirkuk, rivendicata da anni da Erbil.

Dal punto di vista curdo, la mossa è irreversibile. Kirkuk, la città più ricca di petrolio in tutto il Paese è sede di un governatorato, ma non fa parte del Kurdistan autonomo. I Curdi la considerano il fulcro dell’antica patria divisa tra Turchia, Siria, Iraq e Iran, e sognano di restituirle il ruolo di capitale, trasferendola da Erbil.

Lo status di Kirkuk, con le sue minoranze – assiri, caldei e turcomanni accanto a sciiti e sunniti, antichissimo laboratorio di convivenza – era la questione più spinosa, ma è stata risolta in una notte. Ora i Curdi, grazie alle immense riserve petrolifere della regione di Kirkuk, potranno godere di una totale indipendenza economica da Baghdad e ben difficilmente accetteranno di tornare allo status quo ante. Come ha dichiarato alla Bbc il primo ministro della Regione Autonoma del Kurdistan, Nechirvan Barzani, all’indomani dell’occupazione di Mossul da parte dell’Isil e di Kirkuk dai peshmerga curdi: “Non penso proprio che l’Iraq possa tornare come prima, anzi è praticamente impossibile”, arrivando perfino a dire che la migliore soluzione possibile per l’Iraq è ora una confederazione, con una regione autonoma sunnita, sul modello di quella che già esiste in Kurdistan. Concordano con Barzani gran parte degli esperti della regione; gli ultimi eventi, con l’esplodere del fenomeno Isil e le mosse curde, spingono decisamente verso una divisione formale o informale dell’Iraq.

In iraq riprendono le distruzioni e le morti

In iraq riprendono le distruzioni e le morti

L’attuale Iraq, nato nel 1920 sotto mandato britannico e indipendente nel 1932, è sempre stato centralizzato fino ad oggi, pur con la creazione nel 1991 della regione autonoma curda; per gli analisti internazionali, la situazione attuale ha le sue origini nella invasione statunitense del 2003, che rovesciò il dittatore sunnita Saddam Hussein senza porre solide basi per una nuova organizzazione del Paese. Nel maggio del 2003, il “proconsole” americano, Paul Bremer, decretando la “de-baathificazione” (il partito Baath era al potere dal golpe del 1963) della società e lo smantellamento dell’esercito, svuotò di fatto le istituzioni irachene. Il passaggio di potere dai sunniti (che erano l’élite al potere sotto Saddam) agli sciiti ha complicato il quadro. L’Iraq ha avviato una totale opera di ricostruzione delle strutture statali, che non è mai terminata. I sunniti sono stati esclusi da quasi tutte le posizioni apicali e hanno iniziato a covare sentimenti di insoddisfazione e rivalsa nei confronti degli sciiti al potere.

Artefice principale di questa politica è stato il primo ministro Nuri al-Maliki, su cui ora si concentrano le maggiori critiche; sciita, alla guida del governo dal dicembre del 2005, Maliki ha condotto una politica discriminatoria contro la minoranza sunnita, ha centralizzato completamente il potere e ha governato autocraticamente, esacerbando gli animi e scontentando un po’ tutti, curdi e sunniti in primo luogo. Secondo Ruba Husari, direttore diIraq Insight, uno dei maggiori think tank sull’Iraq, “gli americani hanno smantellato le istituzioni, ma Maliki entrerà nella storia come quello che ha disgregato il Paese”.

Anche secondo Tony Blair, il premier inglese ai tempi della guerra in Iraq che defenestrò Saddam, le cause della crisi sono nel settarismo del governo Maliki, che ha compromesso l’opportunità di costruire un Iraq coeso. A giudizio di Blair, il mancato utilizzo del denaro del petrolio per ricostruire il Paese, la diffusa corruzione a tutti i livelli di potere e le debolezze delle forze di sicurezza irachene, hanno portato all’alienazione della comunità sunnita e al disgregamento dell’unità statale. Ci sarà ora anche un dibattito sul ritiro delle forze statunitensi dall’Iraq avvenuto troppo presto, nel dicembre 2011, quando ancora le nuove istituzioni irachene apparivano troppo fragili.

Dello stesso parere l’ex inviato speciale per l’Iraq del segretario generale dell’Onu, Brahimi, secondo il quale il Paese uscito dall’invasione americana era come una ferita aperta che si è infettata piano piano. Già nell’aprile del 2004 c’erano tutti gli ingredienti per una guerra civile, secondo il diplomatico algerino. Anche i sunniti più moderati, ormai completamente marginalizzati dal regime di Baghdad, hanno scelto di sostenere gli estremisti dell’Isil, in virtù dell’adagio “il nemico del mio nemico è mio amico”.

Secondo l’inviato speciale delle Nazioni Unite a Baghdad, Nickolay Mladenov, la crisi apertasi negli ultimi mesi è la più grave dalla fine della occupazione statunitense e rappresenta una minaccia vitale per l’unità dell’Iraq.

Bambina costretta a vedere l'assassinio dei genitori in Iraq.

Bambina costretta a vedere l’assassinio dei genitori in Iraq.

Il futuro politico, economico e petrolifero dell’Iraq dipende ora dalla capacità e dalla volontà delle varie componenti politiche, sciiti, sunniti e curdi, di mantenere l’integrità del paese prima che la nave affondi completamente, ma è ragionevole dubitarne. Quando, e chissà quanto tempo ci vorrà, le armi verranno deposte, occorreranno le migliori abilità diplomatiche per ridisegnare l’Iraq del futuro: esso potrà ovviamente esistere su base nazionale, ma con un sistema federale o confederale che dovrà trovare il consenso di tutte le parti interessate. La nuova Costituzione, approvata nel 2005, lo permette. Certo, bisognerà fare i conti con la realtà di questi giorni; le divisioni tra etnie e confessioni sono diventate troppo nette. Le frontiere interne che esistevano di fatto, ai tempi di Saddam e poi stravolte con l’arrivo del nuovo regime nel 2003 sono cambiate ed è assai probabile che diventino le separazioni de jure nei prossimi anni.

Iraq: Mogherini, nessun intervento Nato, coinvolgere attori regione

Proseguono gli scontri in Iraq, una guerra inutile.

Proseguono gli scontri in Iraq, una guerra inutile.

Per affrontare la crisi in Iraq ”c’è la consapevolezza che questo è un lavoro che va fatto con i partner della regione e sempre di più coinvolgendo gli attori regionali. E’ importante che ognuno di noi passi questo messaggio a tutti i propri interlocutori: dall’Iran, ai Paesi del Golfo, alla Turchia”. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, a margine dei lavori della riunione dei ministri degli Esteri dei paesi aderenti alla Nato.

Mogherini ha spiegato che in occasione della ministeriale dell’Alleanza atlantica ”abbiamo parlato informalmente, perché non c’è nessun mandato della Nato, e anche bilateralmente abbiamo concordato della necessità di un approccio politico alla situazione in Iraq, quindi nessun intervento”.

Il segretario di Stato Usa, John Kerry, di ritorno dall’Iraq ”ieri ha relazionato in forma ristretta dell’esito dei suoi incontri. Io nei giorni scorsi ho avuto conversazioni telefoniche sia con la leadership irachena, con il presidente del Kurdistan e con il ministro degli Esteri iraniano e fra poco avrò un incontro con il ministro degli Esteri turco”. Mogherini ha sottolineato che ”stiamo passando a tutti i nostri interlocutori lo stesso messaggio, cioè che l’Iraq deve trovare il modo di far convivere le sue diverse anime e questo è l’unico strumento che possiamo attivare perché l’Iraq riesca a reagire a questa minaccia”, che non è solo verso l’Iraq, ma verso ”la stabilità di tutto il Medio Oriente e della regione Euro-Atlantica”.

Ue: Farage, in Efdd no Lega Nord ma cresceremo con fuoriusciti Ecr.

Farage.

Farage.

Efdd, Europa della Libertà e della Democrazia diretta, il nuovo gruppo al Parlamento europeo costituito intorno all’Ukip e al M5S, non accetterà l’ingresso di partiti politici che non sono riusciti a formare un gruppo con il Front National, come la Lega Nord. Ma è pronto ad accogliere eventuali fuoriusciti dall’Ecr, il gruppo dei conservatori e riformisti. Lo ha detto Nigel Farage, leader dell’Ukip, presentando il nuovo gruppo. Farage ha preferito non commentare la mancata formazione del gruppo di Marine Le Pen, ma ha sottolineato che ”non ci sarà nessuna possibilità per altri partiti” alleati con il Front National ”di venire con noi”.

Piuttosto, ha continuato, ”mi aspetto che non tutti si trovino bene nell’Ecr, che è un gruppo con contraddizioni politiche molto grandi. Mi aspetto che entro Natale qualcuno esca”.

Allarme di Msf: epidemia di Ebola fuori controllo in Africa occidentale

Il virus di Ebola continua  diffondersi in Guinea, Sierra Leone e Liberia. Tenere l’epidemia sotto controllo richiederà un massiccio dispiegamento di risorse da parte dei governi dell’Africa occidentale e delle organizzazioni umanitarie. Lo afferma l’organizzazione internazionale Medici Senza Frontiere (Msf), che avverte di aver raggiunto il limite della capacità di azione delle proprie equipe.

Pazienti affetti da Ebola sono stati identificati in più di 60 località dei tre Paesi coinvolti e questo complica gli sforzi per trattarli e limitare il problema. “L’epidemia è fuori controllo’’, dichiara Bart Janssens, direttore delle operazioni per Msf. Con la comparsa di nuovi focolai in Guinea, Sierra Leone e Liberia c’è il reale rischio che l’epidemia si diffonda in altre aree, secondo il responsabile dell’organizzazione umanitaria.

“Quando ho lasciato la Guinea un mese fa pensavamo di aver già raggiunto il picco. In realtà siamo arrivati a più di 500 casi confermati e oltre 300 vittime. La situazione epidemica non ha precedenti’’, spiega Saverio Bellizzi, epidemiologo Msf appena rientrato dalla Guinea.

“In alcune zone del paese siamo riusciti a contenere l’epidemia, ma in altre abbiamo ancora un tasso di mortalità dell’80%. Una cosa è sicura: l’epidemia andrà ancora avanti per alcuni mesi. Per questo chiediamo l’aiuto di tutti per aiutarci a portare avanti questa sfida’’ .

Attualmente, Msf è l’unica organizzazione umanitaria a trattare le persone affette dal virus, che può uccidere fino al 90% delle persone infette.

Dall’inizio dell’epidemia, a marzo, Msf ha trattato circa 470 pazienti, tra cui 215 casi confermati, in centri specializzati allestiti nella regione. Ma oggi l’organizzazione medico-umanitaria si trova in difficoltà nel rispondere all’emergenza a causa dell’alto numero di nuovi casi e località. Per questo continua l’azione di raccolta fondi avviata da Msf a inizio epidemia attraverso il proprio Fondo emergenze. ‘’Abbiamo raggiunto il nostro limite’’, dichiara Janssens. ‘’Nonostante le risorse umane e le attrezzature dislocate da Msf nei tre paesi colpiti, non siamo più in grado di inviare equipe nelle nuove località colpite dall’epidemia’’. La portata attuale dell’epidemia non ha precedenti in termini di distribuzione geografica, persone colpite e morti. Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), ci sono stati 528 casi e 337 decessi dall’inizio dell’epidemia.

E’ la prima volta che in questa regione si diffonde l’Ebola: le comunità locali hanno ancora paura della malattia e guardano le strutture sanitarie con sospetto. Nel frattempo, per una scarsa conoscenza sulla malattia, le persone continuano a partecipare a funerali dove non vengono attuate misure di controllo dell’infezione