Archivio mensile:aprile 2014

Traghetto affondato in Sudcorea, arrestato il comandante

Le operazioni di soccorso del traghetto sudcoreano affondato (Xinhua)
Seul, 18 apr. (Adnkronos/Dpa/Ign) – Il comandante del traghetto sudcoreano naufragato nei giorni scorsi è stato arrestato. Lo riporta l’agenzia Yonhap riferendo che Lee Joon-seok è accusato di negligenza e violazione del codice marittimo. Insieme al comandante, per le stesse accuse, sono stati arrestati altri due membri dell’equipaggio. 

LE VITTIME – Dalle prime ricostruzioni è emerso che, al momento del naufragio, il comandante aveva ceduto il timone a un altro ufficiale. Il bilancio delle vittime al momento conta 28 morti accertati e 268 dispersi. I passaggeri tratti in salvo sono stati 179. 

LA DINAMICA – Il traghetto Sewol era partito da Incheon, nel nord ovest del Paese, diretto all’isola meridionale di Jeju, quando si è capovolto e poi è naufragato nel giro di due ore. Secondo gli inquirenti, a provocare l’incidente potrebbe essere stato uno sbilanciamento del carico, composto da veicoli e container. 

STUDENTI A BORDO – Al momento dell’incidente, a bordo vi erano 475 persone fra membri dell’equipaggio e passeggeri, fra cui 325 studenti e 15 insegnanti in gita scolastica. Finora i corpi recuperati sono stati rinvenuti all’esterno della nave. Uno degli insegnanti sopravvissuto al naufragio è stato trovato impiccato a un albero in un apparente suicidio. Lo riferisce l’agenzia stampa sudcoreana Yonhap. L’uomo, identificato come Kang, 52 anni, era il vice preside della scuola alla quale appartenevano i liceali in gita. 

 

 

Boko Haram, altre due stragi in Nigeria

Bombe alla fermata di un autobus in Nigeria.

Bombe alla fermata di un autobus in Nigeria.

Doppio attentato con decine di morti oggi ad Abuja, capitale della Nigeria, dove in mattinata erano state udite due esplosioni nell’affollata stazione di bus di Nyanya Motor Park, alla periferia della città. “Decine di persone sono state uccise a causa dell’esplosione di ordigni”, ha riferito l’agenzia nazionale dei servizi d’emergenza. Abuja è stata in passato già teatro degli estremisti islamici di Boko Haram, che continuano a insanguinare in particolare il nord del Paese: ieri sono stati massacrati in vari villaggi 60 civili.

La setta islamica ha compiuto ieri, domenica, una nuova carneficina nello stato nord-orientale di Borno, la sua roccaforte, uccidendo indiscriminatamente decine di persone in alcuni villaggi, servendosi anche di mezzi blindati e di bombe incendiarie.

Con una tecnica ormai collaudata, alcune decine di terroristi armati – secondo quanto raccontano fonti delle autorità locali – sono entrati nel villaggio di Amchaka, nel distretto di Bama, e in alcuni vicini con due non meglio precisati “blindati”, alcuni mezzi fuoristrada e diverse moto. “Gli assalitori, che sono sicuramente insorti di Boko Haram, hanno attaccato Amchaka e alcuni villaggi vicini, lanciando ordigni improvvisati (ied) all’interno delle abitazioni per incendiarle”, ha dichiarato Baba Shehu Gulumba, un esponente dell’amministrazione locale da Maiduguri, capoluogo dello stato di Borno. “Subito dopo hanno iniziato a sparare in tutte le direzioni sugli abitanti che cercavano di fuggire, uccidendone almeno 60 e ferendone molte altre. Secondo le testimonianze, hanno inoltre reso inservibili alcuni pozzi artesiani, unica fonte d’acqua per la gente del villaggio.

Nelle ultime settimane diversi abitanti della zona sono fuggiti per paura di nuovi attacchi. Sabato circa 400 studenti non si sono recati all’università per sostenere gli esami per timore di violenze. Nei due giorni precedenti, infatti, 19 persone, fra cui 6 insegnanti, sono stati uccisi in vari attacchi nello stato di Borno.

Boko Haram (il cui nome significa “i costumi occidentali sono peccato”) conducono una campagna di terrore per imporre la sharia. Ma le loro azioni sono dirette sempre più contro i civili dei villaggi. Il governo del presidente Goodluck Jonathan in quasi cinque anni di contrasto militare non è riuscito a contenere la violenza degli estremisti islamici (almeno 1.200 morti dal 2009) nelle regioni remote del vasto e popoloso nord, a maggioranza musulmana, e soprattutto negli stati dove Boko Haram ha le roccaforti del suo jihad, che colpisce parallelamente la minoranza cristiana del nord e le forze di
sicurezza federali.

Cile: Valparaiso in fiamme, 16 vittime 5mila evacuati

Valparaiso in fiamme.

Valparaiso in fiamme.

Valparaiso, in Cile, è sotto assedio a causa di un violento incendio che ha arso oltre 500 case, le colline circostanti e ha causato la morte di 16 persone e oltre 500 feriti. 5mila persone sono state evacuate o sono scappate.

16 persone sono morte in Cile in seguito ad un enorme incendio scoppiato a Valparaiso nella notte di sabato. A prendere fuoco è stata inizialmente la foresta ai margini della città, poi le fiamme si sono propagate a 12 quartieri ardendo completamente 500 case.
Oltre 5mila le persone in fuga dal terribile incendio, o evacuate dalle autorità, che ha causato il ferimento di più di 500 persone. Non sono ancora chiare le cause del vasto rogo che al momento è aggravato dai forti venti che stanno soffiando sull’area.

Le fiamme hanno bruciato in tutto più di 250 ettari. Ricardo Bravo, il governatore della regione ha definito l’incendio come “la peggiore catastrofe che abbia mai colpito Valparaiso”.

Il presidente Michelle Bachelet ha dichiarato lo stato di catastrofe naturale, ciò consente l’intervento dell’esercito accanto ai Vigili del Fuoco nelle operazioni di salvataggio della città.

Secondo l’ufficio nazionale per le emergenze (Onemi) – ossia la protezione civile cilena – sono impegnati nelle operazioni di spegnimento oltre 3.500 uomini tra pompieri, militari, poliziotti e carabinieri, con l’ausilio di 12 Canadair. Il generale dei carabinieri Julio Pineda ha detto che rinforzi sono in arrivo dalla capitale Santiago.

Jorge Castro ha riferito ai media locali che la città è “senza elettricità e questo significa che la colonna di fiamme sta creando un panorama dantesco e sta avanzando in modo incontrollabile“.

Le autorità stanno inoltre pianificando l’evacuazione del carcere della città che ospita 2.000 detenuti, mentre 9 detenute incinte o con figli piccoli sono state già trasferite in una città vicina.

(Il Giornale della Protezione Civile) Redazione/sm

 

Tra Russia e Ucraina la guerra dell’acqua.Di: Luigi Guelpa

Soldati russi al confine Ucraino.

Soldati russi al confine Ucraino

Kiev – Dalla guerra del gas a quella per il controllo delle acque, Russia e Ucraina non si fanno mancare proprio nulla nel braccio di ferro (armato) che sta infuocando buona parte della regione del Donetsk Oblast. Il bollettino di guerra più aggiornato parla di almeno 3 morti e di 14 feriti nell’operazione antiterrorismo avviata ieri dalle autorità ucraine a Slovyansk, cittadina di 120mila abitanti, dove sabato miliziani filo-russi avevano occupato il quartier generale della polizia e altri edifici pubblici.

Dipinta da più parti come povera città mineraria, è tutt’altro che insignificante, fa gola a molti, persino a Putin, che la considera la classica gallina dalle uova d’oro. Slovyansk si trova sulla confluenza dei fiumi Kazenyy Torets e Sukhyy Torets, che unendosi formano il Torets, affluente del Donec. Coinvolgendo la Ukrenergo, società energetica di stato, lo scorso marzo il presidente ad interim Oleksandr Turcinov ha approvato un progetto che prevede l’investimento di 500 milioni di euro per modernizzare il sistema idroelettrico della città. Le due centrali esistenti sono state potenziate con 22 nuove unità che, entrando in funzione, garantiranno un incremento del 10% della capacità elettrica disponibile nelle regioni dell’Est Ucraina, rendendo meno vitale il gas russo. Putin vuole scongiurare che tutto questo accada e ha inviato nella zona i suoi miliziani. E Kiev, per tutta risposta, ha arruolato persino i mercenari pur di completare i lavori e tagliare il cordone ombelicale moscovita. Solo nel 2013 per il gas l’Ucraina deve alla Russia 1,5 miliardi dollari, che secondo Putin potrebbero salire a 2 miliardi se Kiev non pagherà in tempo i rifornimenti di febbraio e marzo. E il nuovo governo di Kiev, oltre che dei blindati e degli aerei russi che passano il confine, sa che deve preoccuparsi anche del debito totale di 15 miliardi di dollari che Putin era disposto a prestare a Viktor Ianukovich prima che venisse defenestrato.

Per la Russia, l’energia è più che un’arma da brandire contro i suoi vicini irrispettosi come l’Ucraina: è anche uno strumento di welfare interno, una voce molto rilevante nelle entrate dello stato, e infine una fonte cruciale di accesso alle valute straniere. L’energia è il climatizzatore della stabilità politica russa. Putin ricatta l’Ucraina attraverso Gazprom, ma al tempo stesso rispolvera una vecchia strategia di Stalin. La produzione di energia dai fiumi era stata per anni un punto cardine della politica infrastrutturale sovietica, tanto che il leader georgiano aveva imposto che il primo Piano Quinquennale (siamo negli anni Trenta) avesse come obiettivo l’elettrificazione dell’Unione Sovietica. L’Ucraina possiede risorse idriche notevoli, ma scarsamente sfruttate. La capacità totale delle centrali elettriche dell’Ucraina equivale a 52,7 milioni di chilowattora. Questa energia viene prodotta per il 63,9% nelle centrali termiche (grazie al gas russo), il 26,2% in quelle nucleari e solo il 9,7% in quelle idriche. Davvero una percentuale insignificante alla luce dei 63mila corsi d’acqua presenti su tutto il territorio e che, se sfruttati a dovere, coprirebbero il fabbisogno energetico del 38% della popolazione. Per il gas, per l’acqua, o per scongiurare l’invasione russa, ieri Turcinov ha annunciato in tv che «il consiglio nazionale per la sicurezza e la difesa ha preso la decisione di lanciare un’operazione antiterrorismo su larga scala con l’uso delle forze armate», aggiungendo che «la Russia conduce una guerra contro l’Ucraina». Tutto questo mentre il ministro degli interni Arsen Avakov sulla sua pagina Facebook ha “tranquillizzato” la popolazione affermando «vinceremo, perché Dio è con noi». In attesa di capire di quali protezioni spirituali possa godere l’Ucraina, si segnalano le reazioni delle diplomazie.

Il segretario di Stato Usa John Kerry ha parlato al telefono con il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, avvertendolo che se la Russia non prenderà «misure per ridurre la tensione nell’Ucraina orientale e non ritirerà le sue truppe dal confine» dovrà affrontare «ulteriori conseguenze». Il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon ha lanciato un appello a tutti i protagonisti della crisi ucraina a «usare la massima moderazione» e a dialogare per abbassare la tensione. Mentre il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen ha ricordato a Putin che «di questo passo affronterà un isolamento internazionale più profondo».

Alarme ebola in italia, circolare del Ministero.

Gli immigrati possono portare il virus dell'ebola?

Gli immigrati possono portare il virus dell’ebola?

E’ scattata anche in Italia l’allerta per il virus “Ebola”. Con una circolare datata 4 aprile ma non diffusa al pubblico, il Ministero della Sanità ha comunicato l’attivazione di misure di vigilanza e sorveglianza nei punti di ingresso internazionali in Italia. La qual cosa fa ridere, visto come viene affrontata l’invasione di clandestini. La nota è stata inviata all’Enac, alla Farnesina, a tutte le regioni ed alla Croce Rossa Italiana. Per la prima volta, dal 1970 ad oggi, la nota dell’allarme è stata trasmessa anche al Ministero della Difesa. Le procedure attivate dal Ministero della Salute prevedono controlli sugli ingressi nel territorio nazionale e un monitoraggio, affidato al Ministero degli Esteri, degli italiani presenti nei paesi colpiti dall’epidemia. L’intero asset delle capacità diagnostiche del Paese è affidato all’Istituto Spallanzani di Roma che “dispone dell’unico laboratorio a massimo livello di bio contenimento”. Quattromila sub-sahariani che arrivano senza controlli, e il Ministero attiva la ‘sorveglianza’ negli aeroporti. Con un solo laboratorio di bio contenimento. Fantastico. Il dato che allarma  è il tempo di incubazione del virus che varia dai 2 a i 21 giorni per la trasmissione a contatto con sangue e secrezioni, ed arriva sino ai 49 giorni per contagio derivante dallo sperma. E visto che molte clandestine africane finiscono direttamente lungo le strade, siamo messi benissimo. Nel documento del dipartimento generale per la prevenzione si fa cenno alla necessità di controllare gli arrivi “diretti e indiretti”: un chiaro riferimento all’onda di clandestini che proprio in queste ore sta assalendo le coste italiane.

In serata, il ministero della Salute in una nota precisa che sono state “rafforzate in via cautelativa le misure di sorveglianza nei punti di ingresso internazionali“. “In merito a quanto diffuso da organi di informazione sull’epidemia di malattia da Virus Ebola che dopo i primi focolai in Guinea sta interessando alcuni Paesi limitrofi dell’Africa occidentale (Liberia, Sierra Leone, Mali) si precisa che il Ministero della Salute italiano fornisce costantemente aggiornamenti sull’evoluzione della situazione attraverso comunicati inviati alle Regioni e ad altre amministrazioni interessate alle problematiche sanitarie relative a viaggi e soggiorni internazionali. Questi comunicati sono consultabili nella Sezione del Portale del Ministero della Salute ‘Eventi Epidemici all’estero’.

Viterbo, dei 50 immigrati eritrei ospitati a Montalto non è rimasto nessuno. Di: Marco Feliziani

E poi non rimase nessuno.

E poi non rimase nessuno.

MONTALTO – Sono fuggiti dal loro paese in cerca di libertà, sogno talvolta spezzato durante il terribile viaggio per raggiungere le coste italiane. A Montalto la sofferenza si legge negli occhi dei 50 immigrati che, da mercoledì scorso, erano stati trasferiti dal centro di accoglienza di Lampedusa. Per lo Stato è una questione di emergenza: in Sicilia sono tantissimi i profughi che stanno raggiungendo le coste, serve un aiuto dalle province italiane.

A Montalto i profughi sono eritrei, giovanissimi, tra loro anche dei minorenni. «Il governo del mio paese – spiega uno dei profughi – non ci da la possibilità di un futuro, quindi questa è la strada che siamo obbligati a fare. Per noi l’Europa è l’unica speranza di vita che abbiamo». Tutti ieri si erano allontanati dal litorale.

Il Comune li ha accolti su richiesta del prefetto e ora sono fantasmi senza una meta. Il piano di emergenza era quello di stabilizzarli per tre mesi in un albergo sull’Aurelia che ha detto sì alle richieste dello Stato; ma alcuni di loro già hanno lasciato la cittadina per raggiungere Roma.

Un primo screening è stato eseguito all’ospedale di Tarquinia per gli accertamenti medici. Cinque di loro sono risultati avere la scabbia: le autorità stanno procedendo secondo i protocolli previsti. Al vertice sulla sicurezza di ieri mattina in Comune tra forze dell’ordine e associazioni di volontariato si è guardato a come affrontare l’emergenza: Caritas, Aves, Fratres, protezione civile, Misericordia e il parroco di S. Marina Assunta avrebbero dato assistenza agli stranieri; mentre carabinieri, polizia e vigili urbani garantiscono sicurezza sul territorio. «Cerchiamo di non provocare allarmismi – rileva il comandante della polizia locale, Adalgiso Ricci – perché i protocolli sulle malattie infettive sono chiarissimi».

Un’unica cabina di regia avrebbe dovuto affrontare le richieste pervenute dai volontari; la prima, raccogliere il vestiario, consegnato ai profughi già da ieri. Giusto in tempo per permettere loro di allontanarsi da Montalto per raggiungere altre zone d’Italia e dell’Europa.

Grecia: Angela Merkel ad Atene.

Bomba esplosa davanti alla banca di grecia

Bomba esplosa davanti alla banca di grecia

È un’Atene blindata quella che  accoglie Angela Merkel. La visita della cancelliera tedesca è arrivata in un momento cruciale per il Paese: all’indomani della bomba esplosa davanti alla sede della Banca di Grecia e due giorni dopo l’ennesimo sciopero generale
contro le misure di austerity che porteranno a nuovi tagli dei dipendenti pubblici.

L’economia greca intanto mostra i primi segnali di ripresa. Dopo quattro anni il Paese è tornato sui mercati del debito e i titoli di Stato hanno riscosso un successo superiore alle attese. Ma la cura, nonostante sembri funzionare, per i greci resta dolorosa.

“Il grande risultato ottenuto dall’economia greca, rispetto all’ultima volta che la Cancelliera è venuta qui – sostiene Panayotis Petrakis, analista politico – è l’avanzo primario prodotto nel bel mezzo di una recessione. Il che significa meno spese ma tutto questo ha un costo e significa anche maggiore disoccupazione. Credo che, nel caso della Grecia, il successo vero sia la resistenza della sua gente”.

L’ultima visita della Merkel risale all’ottobre del 2012. A quell’epoca il premier greco Samaras cercava di ottenere dalla Troika una tranche di aiuti pari a 31,5 miliardi di euro, in cambio di tagli e riforme. In quell’occasione furono quarantamila le persone che si riversarono per le strade di Atene per protestare contro quella che venne definita una provocazione. Oggi l’atmosfera resta tesa.

“Credo – dice un passante – che una visita sia sempre positiva, che sia la Merkel o il leader di un altro Paese europeo. Lei viene qui per il bene della Grecia. Noi greci siamo tutti responsabili del caos in cui siamo precipitati”.

“La Germania – ricorda una giovane – deve ingenti somme di denaro
al popolo greco. Ma non viene mai detto nulla sul risarcimento che i tedeschi devono alla Grecia per i danni della seconda guerra mondiale”.

In Grecia la disoccupazione supera il 27%. Salari e pensioni dei dipendenti pubblici sono stati tagliati di un terzo circa. Molti i servizi ridotti al minimo, mentre le piccole e medie imprese chiudono.

Stamatis Giannisis, euronews:
“La signora Merkel non porta regali ai Greci. Tuttavia la sua visita è di per sé un messaggio forte e simbolico di sostegno al premier Samaras e al suo partito in vista delle elezioni per il Parlamento europeo e per le amministrative greche che si svolgeranno contemporaneamente in maggio”.

Scontri in Grecia per la finanziaria

Ancora scontri nella Grecia alla fame.

Ancora scontri nella Grecia alla fame

E’ stata una giornata intensa quella di oggi ad Atene: da ieri in sciopero in concomitanza con la votazione in di un nuovo pacchetto di tagli imposti dalla Troika, la Grecia si trova ancora a fare i conti con le ennesime misure di austerità e le immagini di piazza Syntagma colma di gente sono tornate a fare il giro del mondo.

Già verso le 17 del pomeriggio, decine di migliaia di persone hanno cominciato a radunarsi in piazza chiedendo a gran voce le dimissioni del governo. Secondo alcune fonti, gli scontri si sono verificati quando un gruppo di manifestanti ha cercato di sfondare il cordone di polizia posizionato di fronte al Parlamento.

Nonostante l’utilizzo di lacrimogeni e idranti i manifestanti hanno resistito in piazza e gli scontri si sono protratti per diverse ore durante le quali un ventina di manifestanti sono stati arrestati e più di quaranta sono rimasti feriti.

La tensione è rimasta alta fino in tarda serata, quando la polizia è infine faticosamente riuscita a respingere la folla di manifestanti fuori da piazza Syntagma, con il consueto uso massiccio di gas lacrimogeni e il getto continuo degli idranti.

Anche la votazione in Parlamento è stata lunga e travagliata: nel primo pomeriggio i partiti di Syriza e Greci Indipendenti hanno ottenuto la sospensione del dibattito, opponendo una mozione di incostituzionalità al nuovo pacchetto di misure lacrime e sangue.

La mozione è stata però respinta e la discussione è proseguita per diverse ore: solo intorno alla mezzanotte il Parlamento ha infine approvato con 153 voti a favore la manovra da 13.5 miliardi di euro.

Il pacchetto, che costituisce la nuova Finanziaria  fino al 2016, abolisce tutti i bonus extra per pensionati e dipendenti statali, introducendo nuovi tagli sino alle pensioni e riducendo i cosiddetti “stipendi speciali” (polizia, magistratura, forze armate, personale medico degli ospedali statali, docenti universitari, diplomatici), mentre spiana la strada per il licenziamento di 2.000 dipendenti statali.

Il governo di Samaras tira quindi un sospiro di sollievo ma l’approvazione di oggi, ottenuta con pochissimi voti in più della soglia necessaria, è espressione di un quadro politico diviso e instabile, mentre le immagini degli scontriche sono tornati ad animare piazza Syntagma hanno lanciato ancora una volta un messaggio chiaro al governo dell’austerity, che dovrà fare i conti con la rabbia e l’opposizione per questa nuova manovra.

La Farnesina sospende l’ambasciatore italiano in Turkmenistan.

L'arresto del nostro ambasciatore in Turkmenistan è per pedofilia, la Farnesina lo sospende.

L’arresto del nostro ambasciatore in Turkmenistan è per pedofilia, la Farnesina lo sospende.

L’ambasciatore italiano in Turkmenistan, Daniele Bosio, è stato arrestato nelle Filippine, con l’accusa di aver violato la legge locale sulla tutela dei minori. Il diplomatico respinge ogni accusa e da chi lo ha incontrato subito dopo l’arresto viene descritto come una persona «turbata». Al momento si trova in un posto di polizia a sud di Manila e può usare telefono e e-mail.

Sul caso si è subito attivata la Farnesina che assicura «massima trasparenza e rigore». L’ambasciata italiana nelle Filippine dal canto suo sta fornendo «ogni assistenza legale, come si fa in tutti i casi di fermi o arresti di connazionali». E sta anche cercando di capire meglio, in raccordo con il ministero degli Esteri, le circostanze dell’arresto dell’ ambasciatore da parte della polizia locale.

A quanto si apprende Bosio, 46 anni, di Taranto, primo ambasciatore in Turkmenistan dallo scorso dicembre, si trovava nella località termale di Laguna, 90 km da Manila, per una vacanza. L’arresto è scattato in seguito alla denuncia di un’attivista australiana, ma sullo scenario ci sono versioni discordanti. Secondo la polizia, il diplomatico sarebbe stato trovato nella notte tra venerdì e sabato con alcuni bambini – di cui ovviamente non è stata resa nota l’età – in un appartamento. Per l’ong filippina Bahay Tuluyan, che lavora in coordinamento con la Onlus internazionale Ecpat (End Child Prostitution, Pornography and Trafficking) e presso la quale i minori coinvolti sono stati portati nella notte, non si tratterebbe di un appartamento ma della stanza del resort in cui il diplomatico alloggiava. Infine c’è una terza versione: l’ambasciatore Bosio si sarebbe trovato in compagnia di bambini in un parco giochi.

Quanto all’accusa, non è ancora emerso quale sia il reato specifico per il quale il diplomatico è stato fermato. L’arresto è avvenuto sulla base della legge 7610 del 1992. Un insieme di norme, in un paese in cui il turismo sessuale e lo sfruttamento dei minori sono piaghe molto diffuse, volto a «fornire una maggiore deterrenza e una protezione speciale contro pedofilia, sfruttamento e discriminazione», come si legge nel titolo introduttivo. Nei tredici articoli del provvedimento sono disciplinati i vari casi di abuso: si va dalla pedofilia al traffico di bambini allo sfruttamento del lavoro minorile, al possesso di immagini pedopornografiche. La massima pena prevista dalla legge è l’ergastolo.

«Nelle Filippine la legislazione in materia è molto dura», ha spiegato all’ANSA Marco Scarpati, presidente di Ecpat Italia che, in collaborazione con il ministero degli Esteri, si occupa di formare i diplomatici italiani in servizio nei Paesi dove i bambini sono vittime di abusi. «Aiutiamo a sensibilizzare sul tema ambasciatori e funzionari che andranno a lavorare nelle aree in cui è più alto il rischio dello sfruttamento dei minori e del turismo sessuale». Non solo «dal 2005 al 2010 il governo italiano ha finanziato, attraverso un progetto dell’Ong italiana Cifa, la costruzione del centro per l’assistenza dei bambini a Laguna, città tristemente nota per essere una meta di turismo sessuale, soprattutto omosessuale». E proprio in quel centro la scorsa notte sono stati portati i bambini coinvolti nel caso.

Nelle ore successive al suo arresto, l’ambasciatore Bosio è stato descritto «turbato» perché «in assoluta buona fede». D’altra parte chi lo conosce racconta di una persona molto vicina ai bambini, spesso coinvolto nell’organizzazione di feste alle quali partecipava travestendosi da clown e confezionando palloncini. Sembra, inoltre, che proprio a Manila il diplomatico avesse contribuito al finanziamento per la costruzione di una scuola.

 

E’ l’ambasciatore in Turkmenistan diplomatico italiano arrestato. Avrebbe violato la legge sui minori. Coinvolti tre bambini

Daniele Bosio arrestato come molestatore di bambini in Turkmenistan

Daniele Bosio arrestato come molestatore di bambini in Turkmenistan

A quanto si apprende da ambienti investigativi locali il diplomatico arrestato a Manila per violazione della legge sui minori è Daniele Bosio, 46 anni, di Taranto, dal 2 dicembre scorso Daniele Bosio è ambasciatore per l’Italia in Turkmenistan.

L’uomo, come prevede la legge locale, a 36 ore dal suo fermo è stato sentito dal giudice che ha confermato il suo arresto. La Farnesina si è subito attivata tramite l’ambasciata per chiarire le circostanze del fermo assicurando la “massima trasparenza e rigore” sul caso.

A quanto si apprende, il diplomatico italiano, trattenuto in un posto di polizia a sud di Manila, respinge l’accusa di aver violato la legge sulla tutela dei minori. Secondo la polizia, nella vicenda sarebbero coinvolti tre bambini. Il diplomatico ha accesso a telefono e e-mail. I reati contestati fanno riferimento ad una legge delle Filippine per la tutela dei minori del 1972.

Il fermo, secondo quanto riferiscono fonti dell’ambasciata italiana a Manila, è avvenuto sulla base di una denuncia. Inoltre, a quanto si apprende, Bosio si trovava lì per una breve vacanza. L’ambasciata sta fornendo “ogni assistenza legale, come si fa in tutti i casi di fermi o arresti di connazionali”.

Sulle circostanze del fermo (poi tramutato in arresto) ci sono versioni discordanti. Per la polizia locale, il diplomatico sarebbe stato trovato con tre bambini in un appartamento. Per l’Ong filippina Bahay Tuluyan, che lavora in coordinamento con la Onlus internazionale Ecpat (End Child Prostitution, Pornography and Trafficking) e presso la quale sono stati portati i bambini coinvolti nel caso, l’ambasciatore sarebbe stato trovato con i bimbi nella stanza del resort in cui alloggiava. Secondo altre fonti, invece, il diplomatico sarebbe stato fermato mentre era con dei bambini in un parco giochi.