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Month: febbraio 2014 (Page 1 of 2)

I Checkpoint israeliani: il girone dei dannati. Di: Ramzy Baroud

 

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Omar e il Checkpoint: Ogni giorno un incubo

Omar è un ragazzo di 7 anni di Gaza. La sua famiglia è riuscita a ottenere i permessi necessari, che gli consentivano di attraversare il checkpoint di Erez a Gerusalemme, attraverso la Cisgiordania, al fine di sottoporsi ad intervento chirurgico. Era accompagnato da suo padre. Sulla via del ritorno, il ragazzo e suo padre sono stati fermati al posto di blocco di Qalandiya, che separa Gerusalemme Est occupata dalla Cisgiordania. Il padre aveva bisogno di un altro permesso dall’esercito israeliano per portare suo figlio, le cui ferite erano ancora fresche ore dopo l’intervento chirurgico, di nuovo alla striscia. Ma i soldati erano in vena di cortesie.

Questa storia è stata riportata nei suoi dettagli dolorosi dall’ attivista israeliana per i diritti i Tamar Fleishman, di Machsom Watch (osservatorio del checkpoint). Il suo nome è sinonimo del checkpoint Qalandiya, perché lei è stata sospesa lì per ore e ore, riportando sul tormento esasperante dell’esercito israeliano sui viaggiatori palestinesi. La sua relazione, anche se dolorosa da leggere, getta una luce su un lato dell’occupazione israeliana che passa spesso inosservata. Molti parlano dei posti di blocco israeliani che punteggiano i territori occupati, ma pochi veramente apprezzano la vera esperienza di vivere la vita imprigionata tra i posti di blocco, essendo ostaggio del temperamento dei soldati indisciplinati.

“Il corpo di Omar era ancora pieno di anestetici (quando) è crollato sulla panchina di metallo al capannone di fronte agli uffici DCL a Qalandiya checkpoint,” Fleishman ha scritto su Palestine Chronicle. “Era molto freddo quando il giorno si trasformò in sera. Il padre di Omar prese il suo cappotto di pelle e lo avvolse su suo figlio. Omar non ha aperto gli occhi. Né l’occhio sano né quello che era gonfio dall’intervento. Continuava a dormire. Sembrava essere in uno stato tra il sonno e la perdita di coscienza. “

La storia va avanti, e sembra non finire mai. Omar è una rappresentazione di ogni bambino palestinese e suo padre incarna ogni vivente genitore palestinese sotto occupazione.

La foto straziante di Omar, anche presa da Fleishman, è di lui che si trova goffamente sulla panchina di metallo, coperto da un cappotto di pelle nera. Il ragazzo era probabilmente a conoscenza di gran parte della realtà che lo circondava. Potrebbe aver sentito il padre supplicare per il suo caso ai soldati, o sentito la carezza dolce sui suoi capelli da una madre palestinese, anche lei presso il checkpoint, egli potrebbe aver anche percepito l’aria fredda che penetra la pelle fino alle ossa fragili. Oppure potrebbe non aver sentito nulla. Ma ancora, Omar, è ogni malato palestinese e la sua storia simboleggia la depravazione molto al cuore della occupazione israeliana.

Omar non è un bambino del manifesto per vittimismo. Il suo dolore e quello del suo papà non devono soltanto invocare attrazioni di meschine, o filosofiche diatribe su come l’occupazione sta uccidendo l’anima di Israele, o riaccendere ancora più argomenti di quale ‘soluzione’ al ‘conflitto’ ci piace di più. Né l’azione dei soldati, quella dei loro superiori militari e politici, o di coloro che hanno armato e finanziato (principalmente gli Stati Uniti e i paesi europei) sono minimamente influenzati da discorsi politici e accademici dibattuti con fervore . Hanno semplicemente i mezzi e il potere per mantenere una matrice talmente colossale di controllo che trasforma la vita dei cittadini palestinesi in un incubo senza fine, e non hanno alcun motivo per smettere.

E perché dovrebbero? L’occupazione militare di Israele è una iniziativa imprenditoriale di grande successo. I coloni ebrei sono raramente consapevoli di come la loro presenza in terra occupata costituisce una violazione del diritto internazionale e della Quarta Convenzione di Ginevra. E ‘un crimine di guerra. Ma lo sanno? E se lo sanno, perchè dovrebbero preoccuparsi? Vivono in alloggi sovvenzionati dal governo, collegati attraverso un sistema stradale molto costoso – conservato per ‘soli ebrei’ che tornano a Israele – godono di numerosi vantaggi, quelli cui neanche quelli che vivono in Israele possono accedere. I coloni sifonano l’acqua palestinese dalle falde acquifere della Cisgiordania, mentre i palestinesi appena se la cavano con una piccola quota delle proprie risorse idriche. I figli dei coloni ricevono eccellente sanità, la migliore scuola, e i loro genitori vanno in giro con belle macchine mentre si godono le cose belle della vita. La maggior parte dei palestinesi sopravvive a basso reddito e vive la vita nel negoziare l’accesso attraverso i checkpoint, dal giorno in cui sono nati, fino al giorno in cui muoiono, e ogni giorno in mezzo.

I leader israeliani prosperano sul sostegno politico che ricevono dai coloni, e rabbrividiscono al solo pensiero di perdere il favore della destra più messianica e ultra-nazionalista e tra di loro. L’esercito israeliano viene distribuito in tutta la Cisgiordania – oltre a garantire che la popolazione palestinese sia completamente sottomessa – per salvaguardare i coloni e gli insediamenti. I posti di blocco, come quello di Qalandiya, sono lì per servire a tale scopo. Come in molti posti di blocco dentro e intorno alla Cisgiordania, la corsia di sorpasso è riservata ai coloni ebrei, che vi entrano con facilità. Mentre i palestinesi devono schiacciarsi tra muri di cemento, blocchi di cemento giganti o recinti mentre aspettano di perorare la loro causa ai soldati.

Alcune delle aree di attesa del checkpoint sembrano gabbie massicce. L’agenzia di stampa Ma’an ha riferito il 6 gennaio che un uomo è stato schiacciato a morte al Ephraim / Taybeh checkpoint vicino alla città cisgiordana di Tulkarem. Il 59enne Adel Muhammad Yakoub dal villaggio di Balaa “è morto a causa di estremo sovraffollamento”, ha segnalato. “Circa 10.000 lavoratori palestinesi attraversano il checkpoint ogni giorno e le procedure di controllo al checkpoint vanno molto lentamente causando pericolosi livelli di sovraffollamento all’interno del checkpoint.”
Yakoub lasciato una moglie e sette figli. Ora, 9.999 i lavoratori continuano a attraversare il checkpoint Taybeh. Anche se l’esercito israeliano ha aumentato il numero di soldati che elaborano i permessi per i lavoratori palestinesi, o ha ingrandito le recinzioni gabbia, come un paio di metri a destra o a sinistra, la questione fondamentale rimane: chi costringerà Israele a porre fine alla sua occupazione, abbattere i suoi muri, le recinzioni, e portare questo episodio orribile e prolungato alla fine?

Quanto tempo ci vorrà prima che i lavoratori palestinesi spingano indietro le recinzioni e i soldati che partecipano al tormento collettivo e quotidiano di centinaia di migliaia di palestinesi?

Per quanto riguarda il resto di noi, potremo continuare a sposare questa discussione banale: una parte che giustifica l’azione di Israele, a volte in nome di Dio e del suo ‘popolo eletto’ e altre volte in nome della ‘sicurezza, e un altro lato che è bloccato nel promuovere il vittimismo palestinese come se fine a se stesso, senza molta comprensione dei veri fondamenti politici, o il puro e semplice desiderio di compiere atti concreti di solidarietà per quelli come Omar e suo padre?

Omar è stato finalmente svegliato dal padre angosciato, che è riuscito a produrre il certificato di nascita originario del ragazzo (una copia, ha detto Fleishman, è inaccettabile), ed entrambi, dopo una lunga attesa, sono stati autorizzati a tornare a casa a Gaza prima che Erez sia stato programmato per chiudere. Ma ancora, un altro Omar deve essere in attesa in qualche posto di blocco, da qualche parte, con il suo certificato di nascita originale in mano, accompagnato da un parente in difficoltà, supplicando il senso morale di un soldato insensibile, che non ne ha.

Ultim’ora.Kiev, «2000 soldati russi invadono la Crimea»

Il presidente ad interim ucraino Turchinov chiede a Putin di porre fine alle provocazioni. Obama: «Violazione grave»

 

La Russia invade la Crimea

La Russia invade la Crimea

Sale la tensione in Crimea, repubblica autonoma dell’Ucraina. Fonti ufficiali di Kiev denunciano: «Duemila soldati russi hanno effettuato un’invasione armata della Crimea». Il presidente ad interim ucraino Oleksander Turchinov ha accusato Mosca di aver aggredito il Paese e si è appellato al presidente Vladimir Putin chiedendogli di porre fine alle provocazioni e di «far cessare l’aggressione non dissimulata», che, ha sottolineato, ricorda quella che portò nel 2008 le truppe di Mosca in guerra contro la Georgia. Ma il Cremlino non conferma le accuse mosse dal governo ucraino. Turchynov ha aggiunto che «l’esercito ucraino non sta rispondendo alle provocazioni».Per il presidente ucraino, Putin sta mettendo in atto un piano «Abkhazia», dal nome della regione contesa dalla Russia alla Georgia nel 2008, sperando che l’Ucraina reagisca consentendo così a Mosca di annettere la Crimea al proprio territorio.

OBAMA: «GRAVE VIOLAZIONE» – Sulla crisi Ucraina-Russia, interviene il presidente degli Stati Uniti Barack Obama che si è detto «profondamente preoccupato dalla notizia di spostamenti di truppe russe in Ucraina» e ha avvertito che «ogni violazione della sovranità dell’Ucraina sarebbe profondamente destabilizzante» concludendo che sarebbe molto costoso, per qualunque paese, qualsivoglia tipo di intervento militare in Ucraina. Nelle stesse ore si è riunito il Consiglio di Sicurezza dell’Onu , prima in forma privata, poi per consultazioni a porte chiuse per ascoltare un briefing di Oscar Fernandez-Tarranco del Dipartimento agli affari politici e l’ambasciatore di Kiev.

«SIAMO IN GRADO DI DIFENDERCI» – Dopo essere intervento alla riunione del Consiglio di Sicurezza, l’ambasciatore ucraino alle Nazioni Unite, Yuriy Sergeyev, ha dichiarato: «Siamo abbastanza forti da difenderci da soli». Sergeyev ha precisato che ci sono diversi segnali della «presenza illegale» della Russia sul territorio ucraino: «Mosca ha fatto seri errori sull’Ucraina», ha concluso l’ambasciatore di Kiev.

VIOLATO LO SPAZIO AEREO – Poche ore prima dell’allarme lanciato dal presidente Turchynov , l’Ucraina aveva denunciato la violazione da parte di aerei militari russi del proprio spazio aereo. Il ministero degli esteri di Kiev invita Mosca a «far rientrare immediatamente le truppe e i veicoli alle loro basi». Nella nota trasmessa al Cremlino, l’Ucraina denuncia la violazione da parte di Mosca del trattato russo-ucraino del 1997, le cui regole impongono alla flotta russa del Mar Nero di restare confinata al porto di Sebastopoli.

SFIDA RUSSA IN CRIMEA – Dalla Crimea giungono ulteriori particolari da Sergiy Kunitsyn, rappresentante del presidente ucraino in Crimea, sulla «invasione armata» russa: «Tredici aeroplani russi sono atterrati nell’aeroporto di di Gvardeyskoye (vicino a Simferopoli) con 150 soldati su ogni velivolo», ha dichiarato Kunitsyn alla tv locale ATR. La giornata di venerdì si è aperta con i due principali aeroporti della penisola occupati: quello internazionale di Simferopoli, la capitale, da milizie di autodifesa russe, quello militare di Belbek, presso Sebastopoli, il porto che ospita la base della Flotta russa del Mar Nero, forse addirittura da militari russi. Nel pomeriggio Kiev ha fatto sapere che gli scali erano tornati sotto il controllo delle forze di sicurezza, ma in serata a Simferopoli sono state avvistate ronde di miliziani.

FOREIGN OFFICE: «I BRITANNICI LASCINO LA CRIMEA» – Intanto il Foreign Office britannico invita ad evitare qualsiasi viaggio verso la penisola di Crimea e consiglia ai connazionali che si trovano sul posto di lasciare la zona con mezzi commerciali. L’avviso è apparso sul sito del ministero. Nella nota si sottolinea inoltre di evitare l’aeroporto di Simferopol e si segnalano notizie secondo cui all’aeroporto di Sebastopoli i voli sono bloccati, indicando inoltre che alcune linee ferroviarie sono ancora operative.

La Russia invade la Crimea, per adesso l’aeroporto.

La Crimea deve rimanere una parte integrante dell’Ucraina pur mantenendo legami con la Russia”. Lo ha affermato il presidente deposto Viktor Yanukovich, durante una conferenza stampa che ha tenuto a Rostov sul Don, nella Russia meridionale. “Quanto sta accadendo è una reazione naturale” a una “usurpazione del potere”, a “un colpo di stato operato da banditi” ha detto l’ex leader, chiedendo il rispetto dell’accordo firmato il 21 febbraio tra lui, i leader dell’opposizione e tre ministri europei. Yanukovich ha sottolineato di non essere stato destituito: “Continuerò a lottare, sono stato costretto a lasciare il paese dopo le minacce subite”. La crisi in Ucraina, secondo l’ex capo di Stato, è stata provocata da una politica occidentale “irresponsabile” che è stata “indulgente” verso i manifestanti. Yanukovich ha insistito sulla “illegittimità” del Parlamento ucraino che ha votato “sotto la pressione dei dimostranti”. Poi ha chiarito che non si candiderà alle presidenziali di maggio, da lui ritenute “illegali” in quanto Yanukovich si considera ancora “il presidente in carica”.

Intanto l’ex capo di Stato è ricercato anche in Svizzera per un’inchiesta per presunto riciclaggio di denaro sporco insieme al figlio Alexander. Il governo svizzero ha annunciato il congelamento dei beni di 20 esponenti ucraini, tra cui Yanukovich, suo figlio e alcuni ex ministri. Stessa linea è stata adottata, su richiesta di Kiev, dall’Austria e dal Liechtenstein.

Il governo di Kiev ha affermato che chiederà alla Russia l’estradizione di Yanukovich in Ucraina. Intanto continua la ricerca nel paese dei fedelissimi dell’ex capo di Stato. La Procura Generale ucraina ha spiccato mandati d’arresto a carico di 10 esponenti del passato regime tra cui Viktor Pshonka, già titolare dello stesso ufficio giudiziario, gli ex ministri dell’Interno e della Giustizia, Valery Zakharchenko e Olena Lukash, come pure Andry Klyuev, a suo tempo responsabile dell’amministrazione presidenziale. Per tutti l’accusa è di concorso in strage, la stessa per la quale è ricercato l’ex presidente Viktori Yanukovich.

Dopo l’occupazione di giovedì della sede del Parlamento della Crimea, anche oggi la situazione nella pensiola autonoma ucraina rimane tesissima. Questa mattina miliziani filorussi hanno preso il controllo di due aeroporti in Crimea, sede di scontri nei giorni scorsi tra dimostranti filorussi e manifestanti filoeuropeisti collegati alla protesta della Maidan di Kiev.

Si tratta degli scali di Belbek, vicino a Sebastopoli, a pochi passi dal quartier generale della flotta russa in Crimea e dell’aeroporto della capitale Sinferopoli. L’azione sarebbe servita a “prevenire l’arrivo di militanti” filoeuropeisti collegati alla protesta della Maidan. Le autorità ucraine hanno ripreso il controllo degli scali ma la reazione del governo ucraino è stata durissima. “E’ un’invasione militare e un’occupazione”, ha scritto su Facebook il ministro dell’Interno Arsen Avakov, che ha puntato il dito subito contro la Russia. Il presidente ucraino, Oleksandr Turchynov, ha convocato un incontro del Consiglio nazionale di sicurezza e difesa dedicato alla situazione in Crimea. Ma la flotta russa si è affrettata a smentire ogni coinvolgimento nell’occupazione.

Intanto una base della guardia costiera ucraina a Sebastopoli è stata circondata da circa 30 soldati della marina russa. Lo riferisce la guardia di frontiera dell’Ucraina. I soldati, appartenenti alla 810esima brigata della flotta russa del mar Nero, hanno spiegato di avere l’ordine di impedire che armi custodite nella base della guardia costiera vengano confiscate da “estremisti”. Il ministero della Difesa russo non ha commentato la notizia.

Intanto a a Kiev il nuovo governo incassa il sostegno di Washington. Il vicepresidente americano Joe Biden ha telefonato al neo primo ministro ucraino Arseni Yatseniuk per promettere il “sostegno totale” degli Stati Uniti ai nuovi dirigenti del paese.

L’Ucraina deve far fronte anche alla pesante crisi economica e finanziaria che sta colpendo il paese. Ieri è stato chiesto un prestito da 15 miliardi al Fondo Monetario Internazionale per far fronte al blocco dei finanziamenti russi. Il paese ha bisogno di almeno 35 miliardi di dollari per evitare lo spettro del default. La Banca centrale ucraina ha annunciato oggi di aver limitato a 15 mila grivnie (circa 1.095 euro) il massimale quotidiano dei soldi ritirabili nelle banche del Paese. Una misura presa sullo sfondo delle gravissime difficoltà finanziarie che espongono l’Ucraina al rischio di bancarotta. La divisa nazionale ha perso un quarto del suo valore dall’inizio dell’anno.

Venezuela, la protesta in quattro punti. Di: Marco Todarello

L’appello alla pace in Venezuela, pronunciato da papa Francesco, evoca un dialogo impossibile, almeno per il momento.
Tre settimane dopo l’inizio delle proteste contro il governo di Nicolás Maduro, il paese sudamericano è più che mai profondamente diviso: da un lato i chavisti in camicia rossa, sostenitori dell’esecutivo uscito vincitore dalla elezioni di aprile 2013, dall’altro un’opposizione forte con un appoggio della cittadinanza sempre più esteso, e che ha trovato come partner ideale il blocco di centrodestra del movimento studentesco.
IL VENEZUELA POST-CHAVEZ PRENDE FORMA. Non sono tutti gli studenti a protestare, così come solo una parte dei 14 morti che si contano finora sono da addebitare alla violenza (che pure c’è stata) della guardia nacional bolivariana. Da un lato l’incapacità del governo Maduro di gestire la pesante crisi economica e la criminalità diffusa; dall’altra gli interessi del settore privato economico e finanziario, decisi ad approfittare delle difficoltà dell’esecutivo, con l’intento di provocarne la caduta per via non elettorale; in mezzo elementi non sempre identificabili, forse riconducibili ad alcune forze politiche o paramilitari, ma senz’altro attivi protagonisti delle violenze di questi giorni. È in questo contesto, pericoloso e ancora poco chiaro, che sta prendendo forma il Venezuela post-Chávez.

  • Il presidente venezuelano Nicolàs Maduro (getty).

1. Povertà e criminalità: i motivi alla base del malcontento

I primi focolai della rivolta, all’inizio di febbraio, sono scoppiati negli stati occidentali di Mérida e Tachira, tradizionalmente a maggioranza antichavista, con al centro delle proteste il malcontento di studenti e classe media per la carenza alimentare e l’aumento della violenza di strada.
Da lì le manifestazioni si sono estese a Caracas e ad altre città, e al pugno di ferro della polizia è sempre corrisposta l’azione violenta dei manifestanti, con blocchi stradali, lanci di molotov, auto e mezzi dati alle fiamme.
GLI ERRORI DEL GOVERNO. I limiti e gli errori del governo Maduro sono innegabili: l’inflazione è al 56%, molti alimenti e beni di prima necessità scarseggiano, il caos finanziario dovuto al doppio regime di cambio del bolivar (1=6,3 quello ufficiale, fino a dieci volte inferiore a quello reale del mercato nero, che è a 1=64), la corruzione diffusa negli apparati statali e lo stallo di un’economia centralizzata e dipendente dall’esportazione del petrolio. A questi problemi si aggiunge un tasso di criminalità altissimo (39 omicidi per 100mila abitanti secondo il governo, 79 secondo la ong Observatorio venezolano de violencia).
Quindici anni di socialismo hanno senza dubbio ridotto di molto la povertà, oltre a dare una possibilità di sviluppo a milioni di venezuelani, ma hanno anche lasciato dei nodi irrisolti sui quali, ora, una parte del Paese chiede il conto.
LE RESPONSABILITÀ DEI POTERI ECONOMICI PRIVATI. D’altra parte, però non ci si può tappare gli occhi davanti alle azioni di certi poteri economici legati ai partiti d’opposizione, come quelle imprese che fanno ostruzionismo destinando al contrabbando nei Paesi limitrofi quei beni di largo consumo che sarebbero riservati al governo per la vendita al pubblico a prezzi calmierati.
O ancora a quelle anomalie come le intese corrotte tra funzionari statali e imprenditori del settore privato, e che ad esempio portano all’accaparramento di dollari derivati dai proventi del petrolio.

  • Un’immagine della protesta in Venezuela (getty).

2. Il movimento studentesco di centrodestra è il motore delle proteste

Il 12 febbraio, día de la juventud, è stato il giorno in cui si sono visti i primi due morti (un esponente di un gruppo militare e un manifestante), ma anche quello della consacrazione del movimento studentesco come motore delle proteste. Non si tratta però di tutti gli studenti, ma di quelli provenienti da una precisa area politica: «L’impoverimento, l’insicurezza e la scarsità di alimenti e tutti i problemi che affliggono il Paese non derivano dall’inefficienza degli amministratori ma dalla politica del regime comunista che ci governa: per questo consideriamo come primo passo le dimissioni di Maduro e del suo gabinetto».
I DIMOSTRANTI CHIEDONO LA TESTA DI MADURO. Con queste parole, in un comunicato ufficiale diffuso il 26 febbraio, il movimento studentesco ha chiarito due passaggi fondamentali: l’identità politica delle proteste e le dimissioni del governo come indiscutibile prerogativa di ogni altra azione.
In Venezuela, quando si parla di movimiento estudiantil, ci si riferisce a uno specifico gruppo nato nel 2007 per protestare contro il mancato rinnovo – deciso da Hugo Chávez – della concessione dei diritti televisivi all’emittente di opposizione Rctv.
LE CONTAMINAZIONI ESTREMISTE. Ne fanno parte studenti provenienti da varie università di area cattolica e liberale, tutti riconducibili al centrodestra, con annesse componenti estreme quali la Juventud activa Venezuela unida (Javu), direttamente ispirata ai fascisti serbi dell’Otpor.
Il 26 febbraio una rappresentanza del movimento si è presentata davanti all’ambasciata cubana, a Caracas, per consegnare una lettera in cui si chiede «la fine dell’ingerenza dei fratelli Castro in Venezuela».

  • Leopoldo Lòpez al momento dell’arresto (getty).

3. L’opposizione si divide: Machado e López ‘mollano’ Capriles

La vittoria del partito socialista (Psuv) alle elezioni comunali di dicembre 2013, dopo quella di larga misura che portò Maduro a Palazzo Miraflores, ha segnato uno spartiacque nella Mesa de Unidad democrática (Mud), la coalizione di centrodestra guidata da Henrique Capriles: la leadership di quest’ultimo è stata messa in discussione da altri due leader, Maria Corina Machado e Leopoldo López, convinti che la protesta dovesse assumere un volto più duro e che hanno accusato Capriles di essere troppo remissivo nei confronti del governo.
HENRIQUE CONDANNA LE VIOLENZE. Questo scollamento si è intensificato nel corso delle ultime settimane: Capriles – che ad aprile 2013 ha perso le elezioni contro Maduro per un distacco di solo 1,5% di voti – ha condannato la violenza dei manifestanti e ha detto di preferire il dialogo e la via parlamentare.
Mentre Leopoldo Lòpez, leader del partito di centrodestra Voluntad Popular, è diventato il nuovo leader di una protesta che si è posta l’obiettivo di defenestrare Maduro e che ha scelto di farsi sentire con manifestazioni e proteste di piazza.
LEOPOLDO FINISCE IN MANETTE. Il 13 febbraio la polizia lo ha arrestato con varie accuse che vanno dal terrorismo ai danni alla proprietà pubblica.
Occorre ricordare che alla fine degli Anni 90 López fu nella dirigenza della Pdvsa, l’impresa statale di estrazione e gestione del petrolio, prima della nazionalizzazione di Chávez; nel 2002 fu tra le menti del colpo di Stato che rovesciò lo stesso Chávez; e infine nel 2004 fu l’organizzatore delle guarimbas, azioni di guerriglia urbana finalizzate a creare una strategia della tensione per destabilizzare il governo socialista.

  • Il presidente americano Barack Obama in un incontro con Hugo Chàvez in Venezuela (getty).

4. La tensioni con gli Usa e la cacciata dei diplomatici

I rapporti tesi tra Venezuela e Stati Uniti sono noti, anche se spesso la propaganda antiamericana di Chávez ha fatto più rumore dei rapporti commerciali – sia pure minimi – che i due Paesi hanno sempre intrattenuto.
Dopo l’espulsione di tre diplomatici statunitensi accusati di «cospirare con il movimento studentesco» e la risposta di Washington che ha espulso a sua volta altri tre diplomatici venezuelani, il presidente Maduro ha proposto alla Casa Bianca un nuovo ambasciatore, per riempire un vuoto che si protrae dal 2010. L’intento, ha spiegato Maduro, è «rinforzare l’ambasciata venezuelana e la capacità di dialogo con la società statunitense, anche al fine di informare i cittadini sulla verità di ciò che sta accadendo in Venezuela».
CARACAS CERCA DI RICUCIRE. Il diplomatico scelto è l’ex ambasciatore in Brasile Maximilian Sánchez Arveláiz, chavista della prima ora.
Un atto di distensione, nonostante le continue accuse di «ingerenza» mosse da Maduro e dai suoi al governo di Washington e alle quali non si può negare una parte di verità.
Gli indizi, qua e là, non sono mai mancati: ad esempio, nel 2008, il Cato Institute statunitense ha assegnato il premio Milton Friedman da 500mila dollari allo studente Yon Goicoechea, che guidò le proteste contro la chiusura della tv RCTV, decisa da Chávez nel 2007, e che oggi è ancora uno dei capi del movimento studentesco.
BUSH SOSTIENE MACHADO. Mentre George W. Bush non ha mai nascosto il suo aperto sostegno a Machado, ora spalla di López nelle fila dell’opposizione e nel 2002 firmataria del decreto Carmona, dal nome dell’imprenditore e politico Pedro Carmona Estanga, primo atto del golpe contro Chávez. Súmate, associazione da lei guidata che aveva come obiettivo un’improbabile raccolta firme per destituire il governo di Chávez democraticamente eletto, ha ricevuto regolarmente fondi dalla fondazione privata statunitense National Endowment for Democracy.

la sanità toscana va a p………….Di: Sara Frangini

Sanità Toscana, “parametri igienici non conformi”. Esposti M5s per 4 ospedali

Le iniziative dei Cinque Stelle dopo la scoperta di una comunicazione interna di un manager dell’Asl di Lucca. Controlli del Nas e accertamenti delle Procure anche a Prato e Pistoia

Ospedale prato
Prato-Denunce, controlli, esposti in quattro Procure. Con i riflettori puntati dritti sui quattro nuovi ospedali toscani, Pistoia e Prato in testa. E’ in queste due strutture che sono emerse “non conformità nei parametri igienici sanitari degli ambienti (…) derivanti da criticità tecniche pressoché uguali in entrambi i nosocomi”. E visto che “il nuovo ospedale San Luca (di Lucca, ndr) è la copia identica dei primi due, sembra razionale far intervenire in quest’ultimo chi ha già individuato inconvenienti e messo in atto soluzioni per i primi due”. Ha suscitato clamore, e non poco, la richiesta contenuta in una comunicazione interna a firma del direttore della macrostruttura ospedaliera dell’Asl lucchese Lisandro Fava. E’ da qui che sono scattate una serie di interrogazioni, tra cui una parlamentare, da parte del Movimento 5 Stelle toscano che ha deciso di tirare in ballo la magistratura per vederci chiaro sulle strutture, nate da un’unica soluzione progettuale e costate la bellezza di 657 milioni di euro.

Così, mentre nei mesi scorsi sono scattati i controlli dei militari dei Nas negli ospedali di Prato e Pistoia per verificare l’eventuale presenza di “inadeguatezze” o “criticità”, l’azienda sanitaria difende gli ospedali a spada tratta. Ma il timore del M5S toscano “che le medesime criticità possano essere presenti anche in quello lucchese”, resta forte. Il documento interno a firma di Fava, dopotutto, elenca le criticità dei nosocomi e anche se a suo dire sarebbe stato “interpretato erroneamente”, la guardia è alta. Tra i pericoli, per i quali l’azienda sanitaria ha parlato di “allarmismo ingiustificato”, ci sono la “non rispondenza ai requisiti di legge dell’acqua destinata al consumo umano”, oltre al “malfunzionamento dei sensori di rilevamento delle pressioni aeree nelle sale operatorie, impropria immissione di aria esterna nelle sale operatorie con conseguente contaminazione particellare, criticità di tenuta delle porte delle zone filtro nelle stanze di isolamento di malattie infettive, rianimazione, terapia intensiva neonatale”. L’elenco potenzialmente, secondo la denuncia del M5S, riguarda tutti e quattro i nuovi ospedali. Ben diversa la posizione dei massimi dirigenti delle strutture che hanno chiamato a raccolta la stampa per comunicare, tra l’altro, l’intenzione di valutare se adire alle vie legali. Oltre a spiegare che si tratta di “misure di ulteriore miglioramento (ad esempio i controlli su malattie infettive) o di semplice regolazione”, sottolineando che “l’attività di controllo è continua, e gli impianti necessitano di essere costantemente tarati”.

Il M5S, però, non arretra. E si chiede perché “i problemi tecnici riscontrati a Pistoia riguardanti l’impianto elettrico, le infiltrazioni dal tetto, l’areazione dei locali, l’emissione di fumi e rumori oltre la soglia di tolleranza, si sono poi ripresentati nel presidio di Prato”. Rilanciando che i dubbi “vengono adesso confermati ufficialmente da una determina della Estav Nord Ovest che riconosce l’urgenza di dover procedere con ulteriori controlli al nuovo ospedale di Lucca, prima della sua apertura che, nel frattempo, è stata rinviata a data da destinarsi”. “È possibile che i vertici delle Asl e l’assessore regionale Marroni ignorassero che gli ospedali di Prato Pistoia sono stati attivati con quelle gravi carenze?” si chiede il Movimento. Così attivisti e consiglieri comunali il 16 gennaio hanno presentato anche un’interrogazione in Senato. “È interesse primario del Movimento difendere e tutelare il diritto alla salute dei cittadini – hanno aggiunto – nonché segnalare ogni possibile spreco di denaro pubblico”. I dubbi aumentano, poi, per il contenuto della discussa missiva in cui la Asl 2 alla Estav (novembre 2013) “manifesta l’esigenza di affidare ad una azienda specializzata “terza” una serie di analisi microbiologiche dell’acqua distribuita all’interno del nosocomio e di verifiche negli ambienti a contaminazione controllata“. Il rischio? Che questo “progetto grandioso – conclude il M5S – fortemente voluto dall’allora assessore regionale alla Salute e attuale presidente della Regione, Enrico Rossi, e costato finora centinaia di milioni di euro alla collettività, rischia di trasformarsi in uno dei più grandi scandali italiani in ambito sanitario. La politica lo considera un progetto di eccellenza; noi insistiamo nel ritenerlo solo un’enorme speculazione edilizia”.

Rossi, un megalomane senza scrupoli. Di Titta Berni.

Enrico Rossi-La Corporation America compra le quote di maggioranza degli aeroporti di Pisa e di Firenze.
È un investimento superiore a 100 milioni che favorirà e accelererà il processo di integrazione tra i due scali della Toscana, che così si collocherà tra i primi nazionali.
Questo è stato possibile anche grazie alle politiche della Regione e al mio impegno personale, spesso ostacolato ma senza successo da interessi meschini di parte.
Contro una certa politica fatta di chiacchiere e di dichiarazioni insulse, ecco un fatto concreto per lo sviluppo della Toscana.
Ieri a Roma ho incontrato il presidente della Compagnia Edoardo Eurnekian che mi ha assicurato sulla volontà di investire sul polo aeroportuale della Toscana e presentare quanto prima il piano integrato di sviluppo dei due scali.

 Rossi, un megalomane senza scrupoli. Di Titta Berni.

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PratoHo avuto modo, per motivi di lavoro, di girare un poco il Mondo e nel girarlo ho avuto anche la fortuna di poter conoscere e a volte intervistare personaggi, che pur avendo fatto e facendo ancor oggi la storia, non hanno la megalomania di Enrico Rossi, scarso burocrate di Provincia. Un uomo, Rossi, che cerca di far passare per esaltanti conquiste le più chiare debacle, un “Paesano” che ha risalito la piena grazie a chissà quali spinte, un uomo di così poco conto personale che è riuscito a risalire da Bientina a Firenze con la grande illusione di assurgere a più alti incarichi. Non uno dei suo progetti portati a termine, Ospedali, 4 di cui solo due conclusi ma ancora con lavori in corso e problemi di non poco conto, la scommessa del porto di Piombino e la “Filiera corta” nel suo immaginario, oggi tutti sappiamo che il porto, pure se veramente iniziato per aver agio di poter usufruire almeno di una parte di finanziamenti, meglio poco che niente, non andrà mai avanti più di tanto e rimarrà una delle tante opere incompiute e inutili che abbiamo in Italia. Ho avuto modo di parlare solo ieri con un dirigente di Costa Crociere, in “Costa” danno per scontato che la Concordia sarà smantellata non a Piombino e molto probabilmente neppure in Italia, costi troppo alti, fra i porti Italiani non ha mai parlato di Piombino che, ovviamente, ritiene solo il parto di una mente obnubilata, quella di Rossi. Rossi ha adesso da pensare all’aeroporto di Peretola, ne parla, in pubblico, come se fosse una vera e propria panacea a tutti i mali che Firenze sopporta e ha sopportato e ancora sopporterà grazie a un Sindaco più abituato alla recita che non al ragionamento, Rossi ne parla così in pubblico, ma nella ristretta cerchia di “Amici” che lo circondano non parla di “Mobilità” ma di finanziamenti da non far andare sprecati, di appalti da considerare e altro. Chi potesse guardare dentro gli occhi di Rossi, non avrebbe modo di vedere il simbolo dell’euro, come in tanti pensano, ma quello del dollaro più sicuro e stabile.Nel frattempo che Rossi si atteggia a statista “De no artri” rimangono aperti interrogativi non di poco conto, il “Buco” di Massa e lo smaltimento dei rifiuti Tav per cui risulta sotto inchiesta, un uomo Rossi, o uno dei molti “furbetti” che si aggirano per la nostra penisola?

Rossi, un megalomane senza scrupoli. Di Titta Berni.

Enrico Rossi-La Corporation America compra le quote di maggioranza degli aeroporti di Pisa e di Firenze.
È un investimento superiore a 100 milioni che favorirà e accelererà il processo di integrazione tra i due scali della Toscana, che così si collocherà tra i primi nazionali.
Questo è stato possibile anche grazie alle politiche della Regione e al mio impegno personale, spesso ostacolato ma senza successo da interessi meschini di parte.
Contro una certa politica fatta di chiacchiere e di dichiarazioni insulse, ecco un fatto concreto per lo sviluppo della Toscana.
Ieri a Roma ho incontrato il presidente della Compagnia Edoardo Eurnekian che mi ha assicurato sulla volontà di investire sul polo aeroportuale della Toscana e presentare quanto prima il piano integrato di sviluppo dei due scali
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 Rossi, un megalomane senza scrupoli. Di Titta Berni.

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PratoHo avuto modo, per motivi di lavoro, di girare un poco il Mondo e nel girarlo ho avuto anche la fortuna di poter conoscere e a volte intervistare personaggi, che pur avendo fatto e facendo ancor oggi la storia, non hanno la megalomania di Enrico Rossi, scarso burocrate di Provincia. Un uomo, Rossi, che cerca di far passare per esaltanti conquiste le più chiare debacle, un “Paesano” che ha risalito la piena grazie a chissà quali spinte, un uomo di così poco conto personale che è riuscito a risalire da Bientina a Firenze con la grande illusione di assurgere a più alti incarichi. Non uno dei suo progetti portati a termine, Ospedali, 4 di cui solo due conclusi ma ancora con lavori in corso e problemi di non poco conto, la scommessa del porto di Piombino e la “Filiera corta” nel suo immaginario, oggi tutti sappiamo che il porto, pure se veramente iniziato per aver agio di poter usufruire almeno di una parte di finanziamenti, meglio poco che niente, non andrà mai avanti più di tanto e rimarrà una delle tante opere incompiute e inutili che abbiamo in Italia. Ho avuto modo di parlare solo ieri con un dirigente di Costa Crociere, in “Costa” danno per scontato che la Concordia sarà smantellata non a Piombino e molto probabilmente neppure in Italia, costi troppo alti, fra i porti Italiani non ha mai parlato di Piombino che, ovviamente, ritiene solo il parto di una mente obnubilata, quella di Rossi. Rossi ha adesso da pensare all’aeroporto di Peretola, ne parla, in pubblico, come se fosse una vera e propria panacea a tutti i mali che Firenze sopporta e ha sopportato e ancora sopporterà grazie a un Sindaco più abituato alla recita che non al ragionamento, Rossi ne parla così in pubblico, ma nella ristretta cerchia di “Amici” che lo circondano non parla di “Mobilità” ma di finanziamenti da non far andare sprecati, di appalti da considerare e altro. Chi potesse guardare dentro gli occhi di Rossi, non avrebbe modo di vedere il simbolo dell’euro, come in tanti pensano, ma quello del dollaro più sicuro e stabile. Nel frattempo che Rossi si atteggia a statista “De no artri” rimangono aperti interrogativi non di poco conto, il “Buco” di Massa e lo smaltimento dei rifiuti Tav per cui risulta sotto inchiesta, un uomo Rossi, o uno dei molti “furbetti” che si aggirano per la nostra penisola?

INQUINAMENTO: PECHINO NON RESPIRA PIU’ Di:Eugenio Buzzetti

27 febbraio 2014 alle ore 18.56

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Pechino – Se venite a Pechino nei prossimi giorni, evitate di respirare. E’ una delle battute che vanno per la maggiore in questi giorni di nebbia fitta e di miasmi persistenti. La coltre di smog che ha avvolto la capitale e altri grossi centri della Cina nel fine settimana ha superato i livelli di guardia, registrando i valori più alti da quando sono in funzione i sistemi di rilevamento di inquinamento atmosferico. Ancora oggi l’aria nella capitale si presenta pesante e satura di odori chimici.

A causa dello smog alcuni voli nel fine settimana sono stati cancellati o hanno subito ritardi. La visibilità ridotta a poco più di un centinaio di metri ha causato problemi agli aeroporti di molte località della Cina nord-orientale e centrale. Domenica è stato il terzo giorno consecutivo con livelli di smog al di sopra della media. Il Centro per il Monitoraggio Ambientale della municipalità di Pechino ha rilevato una densità di polveri 2.5 di oltre 700 microgrammi per metro cubico in molte aree della città, un valore che supera di quasi trenta volta la concentrazione massima di polveri sottili considerata accettabile dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che fissa in 25 microgrammi per metro cubo la soglia di sicurezza. Il record è stato registrato sabato sera in centro a Pechino, con un livello di 993 microgrammi per metro cubo.

Per fronteggiare l’emergenza, sono stati diramati avvisi a stare in casa, soprattutto per bambini e anziani, i più a rischio di problemi cardiovascolari o di complicazioni all’apparato respiratorio. Le scuole elementari e medie hanno vietato le attività sportive all’aperto nei giorni in cui lo smog ha raggiunto i livelli più alti di concentrazione di polveri sottili. Lo staff medico dei maggiori ospedali della capitale, come il Chaoyang Hospital, hanno rilevato negli scorsi giorni un aumento dei pazienti che lamentavano problemi respiratori o attacchi di cuore. Nella mattinata di ieri le autorità municipali hanno messo in atto il piano di emergenza. Il piano, in vigore dallo scorso anno, prevede, tra le altre misure, una diminuzione delle attività delle imprese di costruzione e una riduzione delle emissioni industriali. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Xinhua, hanno aderito alle misure 54 imprese edilizie, che hanno sospeso le attività nei giorni scorsi, e 28 gruppi industriali che hanno ridotto le emissioni inquinanti del 30%. Lo smog dovrebbe avvolgere la capitale cinese fino a mercoledì prossimo, secondo le previsioni meteorologiche, quando verrà parzialmente spazzato via dal vento che soffierà sulla città.

“PERICOLOSO RESPIRARE”

Il tasso di inquinamento di queste ore è il più alto da quando la città di Pechino ha iniziato a pubblicare i dati sulla presenza di polveri sottili nell’atmosfera, lo scorso anno. Dal 1 gennaio scorso, altre 74 città si sono aggiunte all’iniziativa cominciando a segnalare il tasso di inquinamento atmosferico. Uno studio condotto dalla Scuola di Sanità Pubblica dell’Università di Pechino assieme alla sezione pechinese di Greenpeace dal titolo “Dangerous Breathing” rivela come nel 2012 sarebbero morte 5872 persone in Cina a causa dello smog. Le città prese in esame dalla ricerca sono Pechino, Shanghai, Guangzhou e Xian. Secondo le proiezioni dello studio congiunto nella sola Pechino sarebbero stati oltre 2500 i decessi per i danni alla salute causati dall’inquinamento atmosferico. La cifra più alta si registra a Shanghai, con oltre 3300 decessi lo scorso anno. Il danno economico totale viene quantificato in poco più di un miliardo di dollari. Il rapporto non tiene conto -per la scarsezza di dati disponibili- dei ricoveri ospedalieri per i danni causati dallo smog, né dei giorni di lavoro o di scuola persi a causa di malattie collegate all’inquinamento atmosferico.

Emissioni industriali e degli autoveicoli, spesso bloccati a lungo nel traffico della capitale, sono i principali responsabili della pessima qualità dell’aria. Nella sola città di Pechino si contano circa venti milioni di abitanti e 5,2 milioni di auto che circolano ogni giorno sugli anelli autostradali della città, una cifra, questa, destinata a salire nei prossimi anni, ma che da sola non basta a spiegare il fenomeno dell’inquinamento. Per limitare le emissioni da gas di scarico, la municipalità di Pechino ha annunciato il 10 gennaio scorso che fornirà incentivi per l’acquisto di auto elettriche. L’ipotesi di introdurre una Congestion Charge annunciata ad agosto per ridurre lo smog provocato dalle autovetture, come avviene in molte città europee, viene accolta con scetticismo da Zhou Rong, attivista di Greenpeace che ha contribuito allo studio sui danni alla salute dell’inquinamento atmosferico. “Nella provincia dello Hebei -spiega Zhou- le auto sono meno che a Pechino, ma nei giorni scorsi si sono registrati livelli di inquinamento ancora più alti che nella capitale. Una misura diretta solo contro le automobili potrebbe non essere sufficiente”. Secondo le statistiche del Ministero per la Protezione Ambientale, nelle aree a maggiore concentrazione di industrie in Cina, ci sono più di cento giorni all’anno di foschia dovuta allo smog, con una concentrazione di polveri sottili 2.5 tra le due e le quattro volte superiori alle soglie di accettabilità stabilite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

LE MISURE CONTRO L’INQUINAMENTO ATMOSFERICO

Secondo il dodicesimo piano quinquennale per il controllo della qualità dell’aria, le emissioni saranno registrate in 117 località comprese le tre zone a maggiore concentrazione di industrie, cioè l’area Pechino-Tianjin-Hebei e i delta del Fiume delle Perle e dello Yangtze. L’obiettivo per l’anno in corso è quello di ridurre le emissioni del 2%. Il ministero per la Protezione Ambientale prevede entro il 2015 una riduzione del PM10 compresa tra l’8% e il 15% rispetto ai livelli attuali, e una riduzione del PM2.5 tra il 4% e il 15%. I livelli di anidride solforosa dovrebbero scendere di una percentuale compresa tra il 6 e il 14%, mentre il diossido di azoto dovrebbe diminuire rispetto ai livelli del 4% – 10%. I traguardi del piano quinquennale sembrano, però, difficili da raggiungere: secondo il rapporto annuale stilato dalla International Energy Agency sui trend di mercato nel settore del carbone, la Cina dal prossimo anno conterà per oltre la metà del consumo di carbone a livello globale. Dal 2011, il Dragone è il maggiore importatore di carbone al mondo.

Intanto, c’è anche chi la prende sul ridere a guardare i livelli altissimi di inquinamento. Su Weibo, il popolare sito di microblogging che fa le veci di Twitter, oscurato dalla censura in Cina, un internauta dal cuore spezzato scrive con perfidia: “Sono contento che la mia ex viva a Pechino”. Un altro si chiede: “La gente a Pechino comincerà a mutare?”. La risposta, implicita, viene da un terzo utente: “A Pechino sono diventati tutti degli aspirapolvere”. Forse anche per evitare il mutamento, nei giorni scorsi si è registrato un boom di acquisti di mascherine anti-gas nella capitale.

 

Issate bandiere russe, tensione in Crimea. Di: Giuseppe Agliastro

 
Issate bandiere russe, tensione in CrimeaKIEV – Tesa la situazione in Crimea, anche per alcune bandiere russe issate in varie città, come sul soviet supremo della capitale Sinferopoli, dove oggi si fronteggiano filorussi e tartari filo Maidan, e sui municipi di Sebastopoli, Kerkh e Kharhov. In quest’ultima città il sindaco, Ghennadi Kernes, ha tentato di togliere il tricolore russo – che ha sostituito la bandiera dell’Unione europea – chiedendo ai manifestanti di non aggravare la situazione ma è stato respinto e allontanato.Rasmussen, tutti ne rispettino integrità  – “Evidenzio che spetta agli ucraini determinare quale sarà il futuro del loro Paese. Noi diamo per scontato che tutte le nazioni rispettino la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina e questo è un messaggio che abbiamo inviato anche agli interessati”, così il segretario della Nato RasmussenIl capogruppo del partito Patria di Iulia Timoshenko, Arseni Iatseniuk, e l’imprenditore e deputato Petro Poroshenko – soprannominato ‘il re del cioccolato’ – sono i due nomi più probabili per ricoprire la carica di premier nel governo ucraino di unità nazionale che dovrebbe essere varato domani. Lo sostiene Vitali Kovalchuk, un parlamentare del partito Udar dell’ex pugile Vitali Klitschko. 

Kiev è pronta a ripristinare il pieno dialogo diplomatico con la Russia non appena sarà formato il nuovo governo, atteso entro domani: lo ha sottolineato in una nota il ministero degli Esteri ucraino. “Riaffermiamo la nostra fedeltà alle relazioni russo-ucraine su basi nuove, di vera uguaglianza e vicinato, come sottolineato nel suo discorso al popolo ucraino dal presidente ad interim, lo speaker della Rada Oleksandr Turchynov”, si legge in una nota.

Kiev inoltre respinge le accuse di Mosca sull’esistenza di minacce in Ucraina ai diritti civili delle minoranze etniche e religiose. “Le accuse di ‘metodi terroristici nella soppressione dei dissidenti e di ‘diffusione dell’ideologia neo-nazista’ da parte di forze politiche che hanno ottenuto il sostegno della maggioranza dei cittadini nelle elezioni del 2012 e che ora stanno assumendo la responsabilità della situazione nel Paese sono totalmente faziose e false”.

carri armati

I blindati russi che oggisono stati avvistati nel centro di Sebastopoli sono l’inquietante messaggio che Vladimir Putin lancia al mondo sull’Ucraina. La Russia ha perso il primo round con la defenestrazione del suo uomo Viktor Ianukovich, ma ora l’integrità territoriale del Paese è ad altissimo rischio. Nella russofona Crimea infatti, dove è di stanza la flotta russa del Mar Nero, molti si rifiutano di riconoscere le nuove autorità di Kiev e migliaia di persone manifestano da giorni a favore della secessione e dell’annessione a Mosca. Intanto a Kiev il braccio destro di Iulia Timoshenko e presidente ad interim, Oleksandr Turcinov, è stato costretto a rimandare a giovedì la formazione di un nuovo governo d’unità nazionale che ci si aspettava fosse varato oggi.

Issate bandiere russe, tensione in Crimea. Di: Giuseppe Agliastro

 
Issate bandiere russe, tensione in CrimeaKIEV – Tesa la situazione in Crimea, anche per alcune bandiere russe issate in varie città, come sul soviet supremo della capitale Sinferopoli, dove oggi si fronteggiano filorussi e tartari filo Maidan, e sui municipi di Sebastopoli, Kerkh e Kharhov. In quest’ultima città il sindaco, Ghennadi Kernes, ha tentato di togliere il tricolore russo – che ha sostituito la bandiera dell’Unione europea – chiedendo ai manifestanti di non aggravare la situazione ma è stato respinto e allontanato.Rasmussen, tutti ne rispettino integrità  – “Evidenzio che spetta agli ucraini determinare quale sarà il futuro del loro Paese. Noi diamo per scontato che tutte le nazioni rispettino la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina e questo è un messaggio che abbiamo inviato anche agli interessati”, così il segretario della Nato RasmussenIl capogruppo del partito Patria di Iulia Timoshenko, Arseni Iatseniuk, e l’imprenditore e deputato Petro Poroshenko – soprannominato ‘il re del cioccolato’ – sono i due nomi più probabili per ricoprire la carica di premier nel governo ucraino di unità nazionale che dovrebbe essere varato domani. Lo sostiene Vitali Kovalchuk, un parlamentare del partito Udar dell’ex pugile Vitali Klitschko.

Kiev è pronta a ripristinare il pieno dialogo diplomatico con la Russia non appena sarà formato il nuovo governo, atteso entro domani: lo ha sottolineato in una nota il ministero degli Esteri ucraino. “Riaffermiamo la nostra fedeltà alle relazioni russo-ucraine su basi nuove, di vera uguaglianza e vicinato, come sottolineato nel suo discorso al popolo ucraino dal presidente ad interim, lo speaker della Rada Oleksandr Turchynov”, si legge in una nota.

Kiev inoltre respinge le accuse di Mosca sull’esistenza di minacce in Ucraina ai diritti civili delle minoranze etniche e religiose. “Le accuse di ‘metodi terroristici nella soppressione dei dissidenti e di ‘diffusione dell’ideologia neo-nazista’ da parte di forze politiche che hanno ottenuto il sostegno della maggioranza dei cittadini nelle elezioni del 2012 e che ora stanno assumendo la responsabilità della situazione nel Paese sono totalmente faziose e false”.

carri armati

 

I blindati russi che oggisono stati avvistati nel centro di Sebastopoli sono l’inquietante messaggio che Vladimir Putin lancia al mondo sull’Ucraina. La Russia ha perso il primo round con la defenestrazione del suo uomo Viktor Ianukovich, ma ora l’integrità territoriale del Paese è ad altissimo rischio. Nella russofona Crimea infatti, dove è di stanza la flotta russa del Mar Nero, molti si rifiutano di riconoscere le nuove autorità di Kiev e migliaia di persone manifestano da giorni a favore della secessione e dell’annessione a Mosca. Intanto a Kiev il braccio destro di Iulia Timoshenko e presidente ad interim, Oleksandr Turcinov, è stato costretto a rimandare a giovedì la formazione di un nuovo governo d’unità nazionale che ci si aspettava fosse varato oggi.

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